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domingo, 30 de enero de 2022
La mia intervista per l'Associazione Rosso Ambientalista di Arnaldo Maurino.
lunes, 29 de noviembre de 2021
Cile. Il popolo scende in piazza ma diserta le urne elettorali.
Cile. Il popolo scende in piazza ma diserta le urne elettorali
di Davide Matrone | 29 Nov 2021 | In evidenza, Mondo
di Davide Matrone*
Pagine Esteri, 29 novembre 2021 – “Non sono i 30 pesos ma i 30 anni di neoliberismo”. Con questo slogan cominció la sollevazione popolare in Cile nell’ottobre del 2019 con la protesta degli studenti delle scuole medie e superiori che rifiutarono energicamente l’aumento ingiustificato del biglietto della metropolitana da 800 a 830 pesos cileni (+3.75%) da un giorno all’altro. La metropolitana in Cile è statale, tuttavia è sempre stata gestita come se fosse privata e gli aumenti incontrollati erano all’ordine del giorno. Gli studenti da quel 6 ottobre del 2019, organizzarono evasioni massicce per non pagare la metropolitana saltando i tornigli al grido, “evadir, no pagar otra forma de luchar”. Le affermazioni dell’allora Presidente della Metropolitana, Louis de Grange accesero ancor di più la miccia criminalizzando e reprimendo con forza la protesta. Ai giovani in poche ore e giorni si sommarono ben presto i lavoratori e le lavoratrici, gli abitanti dei quartieri popolari della capitale che, stanchi degli abusi e sopprusi subiti da una classe dirigente arrogante e sorda, cominciarono a occupare il suolo pubblico. La protesta rapidamente si estese in tutto il paese e durò oltre 6 mesi, fino al marzo del 2020 quando giunse la pandemia. In questa immensa protesta incontrollata e senza direzione politica si unirono tre fattori: 1) la fame generata dalle politiche neoliberiste che non distribuirono in modo ugualitario in 30 anni di “democrazia” le risorse e gli ingressi del paese, 2) la presenza delle delinquenza comune e spiccia frutto del fallimento delle politiche esclusive ed escudenti del paradigma cileno e infine, 3) gli opportunisti del sottoproletariato che saccheggiando negozi e centri commerciali, evidenziavano il problema del caro vita. In definitiva, le tre componenti che resero chiaro il fracasso di un modello venduto bene da una strategia comunicativa efficiente ma fasulla.

Il Cile del miracolo economico si era sgretolato in poche ore e sotto gli occhi di tutto il mondo. I rapporti della CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi) denunciavano da anni, nel silenzio mediatico, le abnormi disuguaglianze economiche e sociali esistenti nel paese. Solo due anni prima della rivolta, secondo i rapporti della CEPAL, il Cile occupava il 2° posto in termini di disuguaglianze economiche e sociali tra i 35 paesi dell’OCDE (Organizzazione per la Cooperazione e Sviluppo Economico). I guadagni del 10% della popolazione più ricca del paese erano quasi 30 volte maggiori di quelli del settore più povero della popolazione, che per l’82% riceveva pensioni inferiori a un salario base. Inoltre, le privatizzazioni trentennali nel campo della salute, dell’educaziome, dell’acqua e dell’energia elettrica avevano creato un sistema di indebitamento collettivo che soffocava e continua a soffocare il popolo cileno.
La “caduta” di Pinochet non aveva garantito grandi trasformazioni nel campo politico. Dal 1990 si costituisce un patto tra il Pinochettismo e una sinistra venduta al Consenso di Washington che in cambio di legittimità politica, copriva le spalle alla ex dittatura travestita da democrazia. Inoltre, nonostante l’apparente ritorno alla “democrazia” era ancora in piedi la costituzione di Pinochet promulgata nel 1980 e centrata sul paradigma neoliberista. Le oceaniche proteste del 2019 e 2020 portarono, tra le altre cose, all’annuncio di una riscrittura della nuova Carta Magna del Cile non più basata sull’esclusione. Le elezioni del giugno 2021 registrarono una prima vittoria del popolo cileno: l’insediamento della Convezione Costituente, a maggioranza composta da rappresentanti del movimento di piazza con la Presidenza a Elisa Loncón donna della nazionalità Mapuche. Nonostante questo enorme passo in avanti del popolo cileno, nelle ultime elezioni dello scorso 21 novembre si registra la vittoria al primo turno del candidato dell’ex presidente di destra Piñera erede del Pinochetismo.

Gabriel Boric e José Antonio Kast si sfideranno al ballottaggio
Per capirne di più, ho conversato con l’analista politico cileno Leonardo Ogaz sugli ultimi risultati elettorali.
Qual è una tua prima analisi dei risultati del voto?
A mio avviso, il fattore determinante è stato l’astensionismo che ha favorito la destra e non il candidato della sinistra. Ha votato solo il 47.34% della popolazione e il restante 52.66% è rimasto a casa. A non votare è stato il popolo della grande sollevazione del 2019/2020. Ricordiamo che nel giugno passato, alle elezioni della Convenzione Costituente, incaricata di scrivere la Nuova Carta Magna del paese sotterrando quella di Pinochet del 1980, il popolo si era espresso chiaramente a favore dei candidati della sinistra, del centro-sinistra, dei popoli originari e dei movimenti sociali che insieme avevano ottenuto ben 118 assembleisti sui 155. In queste elezioni presidenziali di novembre non c’era nessun candidato che fosse espressione del voto dello scorso giugno. Per questo motivo, l’alta astensione. Inoltre, non dimentichiamo che il candidato del centro-sinistra, Gabriel Boric, fu l’unico parlamentare del Frente Amplio che pattuì nel 2019/2020 con Piñera la pace dopo la grande crisi sociale ed economica.
Boric, però ha vinto le primarie del centro – sinistra. Come te la spieghi?
In Cile c’è un anti-socialismo ancora forte all’interno di una buona parte del tessuto sociale del paese. Boris si era presentato come candidato del Frente Amplio per le primarie del centro-sinistra contro il candidato Daniel Jadue della coalizione Cile Degno e componente del partito comunista cileno. Boric nelle primarie ha raccolto ancheil voto di una parte dei settori conservatori e reazionari del paese purché non vincesse il cadidato Jadue, considerato troppo estremista. Nella città di Santiago di Cile, nei quartieri in cui vivono ultra ricchi, come Las Condes, San Miguel e La Providencia, Boric ha raccolto una parte dell’elettorato della destra che strategicamente l’ha scelto come sfidante per le presidenziali. Per i conservatori, meglio un socialista moderato e riformista che un membro del Partito Comunista di origine palestinese e fedele alleato dei movimenti sociali e popolari del paese.
Cosa dovrebbe fare Boric per sorpassare il cadidato della destra José Antonio Kast?
A mio avviso, rendere prioritari i temi quali le disuguaglianze economiche e sociali, la difesa e l’incremento del lavoro, quelli dell’ambiente e non centrarsi sulle tematiche tanto care alla destra, come l’insicurezza e l’immigrazione. Alla fine, tra l’originale e il falso l’elettorato sceglie il primo. Inoltre, dovrebbe dialogare e connettersi con il popolo della piazza dello scorso ottobre che a queste elezioni gli ha voltato la faccia. La destra ha migliori possibilità di vincere al ballottaggio perchè si compatterà. Per Boric sarà molto arduo il recupero.
Il candidato Franco Parisi ha ottenuto quasi il 13% dei voti rappresentando la grande sorpresa di queste elezioni. Cosa ne pensi?
Sì, la sua è senza dubbio la sorpesa di queste elezioni, anche se nelle precedenti aveva già raccolto un buon consenso elettorale, intorno al 10%. Parisi non ha partecipato attivamente, non è stato presente nemmeno nel paese durante la campagna elettorale in quanto a Miami. Ha fondato il partito della gente ed ha conquistato quasi 1 milione di voti facendo campagna elettorale attraverso le reti social come Facebook, Tik Tok, Instagram e Twitter. Il suo elettorato ha caratteristiche precise: giovane, ricco e della zona nord del paese a confine con la Bolivia e il Perù. Il suo programma elettorale è populista e si colloca più a destra di Kast. Tra i punti più importanti del suo programma c’è la lotta all’emigrazione peruviana e boliviana dalla frontiera nord del paese e ha incrementato un discorso molto reazionario basato sulle applicazioni di misure repressive contro la delinquenza. Al momento, non si è ancora espresso sul ballottaggio. Sulle intenzioni dovrebbe appoggiare il candidato della destra pinochettista, José Antonio Kast.
Cosa succederà con la nuova Costituzione? Quali sono gli scenari?
Kast farà il possibile, a mio avviso, per ostacolare l’applicazione della nuova Carta Magna, molto più progressista rispetto a quella del 1980. Cercherà in tutti i modi di renderne inutile l’esistenza. Invece, con Boric qualcosa verrebbe messo in atto e potrebbe registrarsi un cambiamento interessante.
*Davide Matrone, docente e ricercatore di analisi politica all’Università Politecnica Salesiana di Quito, Ecuador. Blogger e politologo.
pubblicato in: https://pagineesteri.it/2021/11/29/mondo/cile-il-popolo-scende-in-piazza-ma-diserta-le-urne-elettorali/
sábado, 6 de junio de 2020
Il conflitto in Cile per una Nuova Assemblea Costituente. Intervista al filosofo Emanuele Profumi.
Cile è il primo
paese latinoamericano a sperimentare, dagli anni '70, le ricette neoliberali
della Scuola di Chicago di Milton Friedman. L'aumento delle tariffe della metropolitana
ha scatenato un' immensa mobilitazione nel paese. Tra gli slogan dei
manifestanti uno in particolare evocava il periodo della dittatura :"non
sono i 30 pesos, bensí i 30 anni di neoliberalismo".
Come interpreti questa frase?
![]() |
| Il Cile si è svegliato! Siamo in guerra! (Traduzione dello slogan). Cile fine anno 2019 |
Lo slogan è uno
dei tanti che sono stati forgiati durante l'enorme mobilitazione dello scorso
anno. È uno slogan che rappresenta un simbolo concettuale, ossia la sintesi di
un “pensiero collettivo”. È una frase esemplare, sia dal punto di
vista evocativo che dal punto di vista concettuale. La sua espressione è molto
forte ed ha una propria lucidità critica,
impressionante e profonda. Da un lato denuncia la manipolazione delle ragioni
della protesta e dall'altro chiarisce i termini della lotta popolare. È una
specie di “frase dialettica”, quindi. Un simbolo potentissimo della
dialettica politica che si basa contemporaneamente sulla critica all’esistente
e sulla conseguente trasformazione sociale a venire. L’asserzione, frutto di
un’elaborazione collettiva, si potrebbe
parafrasare così:
“Voi pensate che
siamo coloro che vogliono una semplice modificazione della legge, che venga
ritirato il provvedimento che ci ha indignato, ma non avete capito che noi
ormai sappiamo che quel provvedimento è
figlio di un paradigma politico, ed è questo che noi contestiamo”.
Perciò questo slogan è
espressione di un processo di critica più profondo, che individua giustamente
nel neoliberalismo il problema politico: un paradigma politico, economico
e sociale che domina e ha dominato per trenta anni la società cilena. In
sostanza, lo slogan lascia intendere che ormai è avvenuto
uno smascheramento da parte di tutta la società che contesta
quel provvedimento, e che resiste a qualsiasi manipolazione mediatica perché
colloca il problema nella sua vera origine: il modello politico di
fondo. Questo slogan, insomma, riesce a mettere nero su bianco questa
critica. Fa emergere con chiarezza quali siano realmente le ragioni della
protesta che sono esemplari e profonde. Da una questione particolare evoca un
problema più generale. È uno slogan che, come avviene con altri slogan nella
storia delle lotte politiche, ha una sua dimensione filosofica, perché fa
pensare, ci induce alla riflessione. Perciò è uno slogan che resterà nella
storia. Insieme ad altri, come “Chile despertó”, esprime la potenza
della critica e sintetizza una situazione generale che, al contrario, non
lascia spazio ai dubbi. Muove alla riflessione sulla base di una certezza, di
una visione alternativa a quella sostenuta dal potere istituito. Generalmente
gli slogan semplificano, questo, invece, nella sua semplificazione riesce a
preservare la complessità della
situazione e apre alla riflessione.
Nella
mobilitazione generale dello scorso 2019, son scesi in piazza tutte le
categorie contro il governo. I lavoratori, gli studenti, i sindacati, il
movimento femminista e le associazioni territoriali. Qual era l'obiettivo
principale e perché?
L'obiettivo principale può essere letto
in modo diverso. Ci sono delle ragioni esplicite ed altre profonde, dipende da
come si vede la mobilitazione. L’obiettivo dichiarato sin dal principio era
quello di far saltare tutto. Non si centrava solo sul rifiuto della misura
economica, bensì era un no netto al governo di destra, erede della dittatura di
Pinochet. In sostanza, si comprende quasi subito che il motivo di fondo della
protesta è la delegittimazione del governo in carica, prima,
e, poi, di un intero paradigma economico in auge da oltre trent’anni. Per
questo l’obiettivo centrale del movimento è cambiare
la Costituzione. Il processo di modifica della Carta Magna viene dal periodo
2005-2006 che trova un’ulteriore e più chiara espressione nell’anno 2011,
quando alcune frange del movimento studentesco radicale lo rivendicano e si
creano alcune associazioni accomunate dalla richiesta di una nuova assemblea
costituente. Da allora, questa domanda è
cresciuta sempre, in modo progressivo e quasi esponenziale nella società civile. Anche se spesso in forma sotterranea, quasi
invisibile. In modo costante, dal 2011 al 2020. Si
estende a sempre più settori della società la convinzione che la struttura
giuridica attuale del Paese sostenuta dalla Costituzione del 1980 concentra su
di sé tutto il peso dell'eredità dittatoriale
e impedisce che si sviluppi davvero una società democratica.
Questo percorso è stato anche
alla base dell’ultimo governo Bachelet (2014-2018) che ha realizzato un
processo di riforme, tra cui la riforma costituzionale attraverso la
partecipazione popolare. Questo processo di riforma partecipata (220 mila
cileni hanno contribuito al processo di riforma) è stato
un momento di straordinario coinvolgimento della popolazione per la riscrittura
della Costituzione.
In sostanza, la ragione
profonda della trasformazione del paradigma sociale, politico, economico e
giuridico si trova nei movimenti sociali che hanno attraversato il Paese dal
2011 fino ad oggi.
Nel biennio 2019-2020 il
movimento sociale eredita il grosso delle rivendicazione che si erano sviluppate
negli anni passati contro gli altri governi, e l’esperienza di riforma
costituzionale partecipata della Bachelet che è stata gettata alle ortiche da
Piñera
non appena
si è insediato alla Moneda. Ecco perché l’elemento innovatore di questo
movimento sta nella richiesta di una nuova Costituzione. Mi spiego meglio. Se
nel 2011 questa richiesta era marginale, nel 2019 diventa il cuore pulsante
della ribellione popolare. Questa è la grande novità. Tutti i movimenti, tutti
i settori della realtà sociale, convergono
su questa rivendicazione politica. Si contesta la fortissima disuguaglianza
politica ed economica del paese, l'ingiustizia generalizzata, e si rivendica la
giustizia sociale attraverso la via giuridica. E lo fanno prima di tutto i
giovani, che non hanno paura della repressione ed hanno un bagaglio di
esperienze di mobilitazione e di conflitti sociali ormai importante, in cui il
coraggio e la sfida dell’autorità costituita e la denuncia della repressione
sono valori pratici imprescindibili. Da un’altra prospettiva si può dire che
l’immaginario politico cileno “permette” il coagularsi dei diversi movimenti
sociali, e il conflitto viene rivendicato come strumento legittimo e necessario
per il cambiamento democratico.
Hai scritto un
libro dal titolo "Cile, il futuro già viene".
Un'opera letteraria frutto di un viaggio intrapreso in Cile nel 2017. Raccontaci del tuo
viaggio e della tua ricerca.
Si tratta di un’inchiesta politica svoltasi nel 2017 in un viaggio durato due mesi, dove ho girato in lungo e in largo il Paese. Un’esperienza analoga a quella fatta anni prima in Brasile e in Colombia. Le “inchieste politiche” che svolgo da anni, sono centrate sullo sviluppo dei cambiamenti radicali generati in quei paesi, in cui si registrano grandi mobilitazioni generali o decisivi movimenti di trasformazione della realtà sociale, economica e istituzionale. In Cile, in questo caso, il cambiamento si orienta in relazione alla struttura giuridica. Questi tre libri hanno in comune la ricerca sull’immaginario politico, in cui cerco di fare emergere il più possibile sia in modo orizzontale che verticale il punto di svolta, di creazione sociale orientata politicamente, cercando di fare emergere punti di vista differenti tra loro, perché solo così, cercando di cogliere la complessità dell’immaginario, possiamo sperare di capire perché questi Paesi si trovano a un punto di svolta politico. Il mio viaggio di ricerca in Cile è servito per porre delle domande attorno alla dimensione costituzionale, ancor prima che accadesse la grande contestazione popolare dell’anno scorso e che è ancora all’ordine del giorno. Qualcosa di imprevedibile per tutti. Il mio è uno dei pochi libri in circolazione che indaga le radici del movimento cileno, le sue richieste, la rivendicazione per un cambio radicale del paradigma sociale, economico e politico, e che passa attraverso la convocazione di una nuova Carta Costituzionale. Il viaggio in Cile tocca il nervo scoperto dell’immaginario politico che si è sviluppato negli ultimi anni e che si ritrova nella bocca delle più disparate persone: dai poeti, agli uomini di cultura, ai contadini, ai rappresentanti dei popoli originari, agli studenti e ai rappresentanti dei comitati cittadini. Questo viaggio è una lente d’ingrandimento sulla società in trasformazione che si organizza attorno a un complesso di discorsi, azioni e rivendicazioni che ruotano attorno al perno della Costituzione del 1980. Nel libro si possono trovare molte voci autorevoli e non, che analizzano la complessità della realtà cilena ancorata ad una Costituzione che è ormai una specie di simbolo di una società che non è cambiata ancora rispetto alla dittatura. Nel caso cileno tutto si è concentrato sulla Costituzione, ancor prima di contestare il multimiliardario e autoritario Piñera. Questo elemento è molto significativo. La mia ricerca permette di comprendere perché nel 2019 ci ritroviamo davanti a uno dei pochi movimenti esistenti nel mondo - forse ha delle analogie con quello di Honk Kong - che non si limita solo alla protesta e alla rivendicazione di alcune misure per il benessere della popolazione o per il cambiamento di un governo. Come dicevo, va molto più in profondità e, non a caso, mette al centro la trasformazione della Costituzione. È una richiesta quasi rivoluzionaria, perché in profondità c'è il cambio dell'organizzazione della società, radicata attorno al paradigma neoliberista. È una situazione analoga a quella trascorsa in Spagna con gli Indignados nel 2011 e nel movimento globale altermondialista dal 2001 in poi.
Le proteste del
2019 si sono “concluse” con la convocazione di una nuova Assemblea Costituente.
Come giudichi questo risultato e qual è il
processo in atto, oggi?
Il risultato ancora si deve vedere. Possiamo parlare di un primo risultato, se vuoi, che è la convocazione dell’Assemblea Costituente, ed è sicuramente qualcosa di straordinario. Nella mia inchiesta politica, le persone più vicine alla richiesta dell’Assemblea Costituente emersa negli ultimi anni, come il costituzionalista Fernando Atria, o gli storici Sergio Grez e Gabriel Salazar, in quel momento erano lontani dall’immaginarsi l’evento e gli esiti della mobilitazione del 2019. Nonostante fossero da sempre molto attenti alla storia e alla società cilena e, in particolare, alla storia della rivendicazione costituzionale che ho ricordato prima. Questo ci permette di capire anche perché questa mobilitazione si autoalimenta, come spesso accade, e che se all’inizio ha un obiettivo minimo, la misura economica e il governo, mentre poi, velocemente e progressivamente, assume un obiettivo più grande e ambizioso. Come avviene nei movimenti di trasformazione politica che si possono chiarire anche grazie al concetto filosofico di “Creazione politica” e ai suoi tentativi sociali e storici verificatisi nella modernità e mai del tutto spariti nella nostra contemporaneità. Basti soffermarsi su quanto sia formidabile che un governo di estrema destra, eredità della dittatura di Pinochet, abbia concesso un’assemblea costituente che rimette in discussione le basi del suo potere, per capire che dobbiamo rinnovare le categorie di comprensione dei processi di cambiamento sociale di tipo “paradigmatico”. Ora, per cercare di rispondere alla seconda parte della questione che poni, penso che vadano riconosciuti però anche i limiti rispetto al plebiscito. Il primo sicuramente, quello più discutibile, è il patto sul plebiscito tra quasi tutta l’opposizione di sinistra parlamentare e il governo Piñera, perché lascia intravedere dei compromessi al ribasso, rispetto alle richieste popolari. Il secondo è che la destra è riuscita a non far rientrare in questo patto la possibilità che la possibile futura Assemblea costituente possa rimettere in discussione i trattati internazionali di libero commercio. Tutti di stampo neoliberista. Che non verranno toccati, vada come vada l’esito dell’Assemblea. Ma questi due elementi sono, in ogni caso, secondari. Penso, infatti, che il problema sostanzialmente sia un altro: la strategia di depotenziamento e di propaganda che ha già messo in atto il Governo e tutta la destra politica e culturale contro questo movimento. Un processo di delegittimazione che avviene mediante l’uso dei mezzi di comunicazione di massa. La destra di oggi ha conservato una serie di apparati di potere della dittatura pinochetista: prima di tutto l’apparato militare e quello mediatico, che si muovono chiaramente contro il movimento popolare. Questi apparati sono contrari alla partecipazione popolare al plebiscito che si doveva tenere ad Aprile. Le opzioni del referendum sono due: a) Una futura assemblea costituente eletta direttamente dai cittadini, b) un’assemblea mista in cui i cittadini eleggeranno un’assemblea costituente composta da una metà dei rappresentanti scelti direttamente dal popolo e l’altra composta dai politici eletti oggi in Parlamento. Bisogna che la popolazione sostenga la prima opzione. Questa è una battaglia da vincere e che si terrà prima del plebiscito, e anche se i sondaggi danno in vantaggio alla prima opzione nulla è scontato. Perché la destra non cederà mai, e in nessun momento, e cercherà in tutti i modi di impedire la democratizzazione dell’apparato dello Stato e se sino ad oggi ha accettato questa possibilità in futuro è stato solo per la magnitudine e per la forza che ha assunto il movimento popolare.
Qual è il futuro del Cile?
In Cile oggi, nonostante
il COVID-19 (ragione dello slittamento della data del Plebiscito), ci sono
una serie di gruppi che continuano a non mollare la presa. Mediante manifestazioni
di piazza e reti sociali cercano di tenere viva la memoria viva della grande e
straordinaria mobilitazione popolare di Santiago nel 2019. In quelle
occasioni scesero in piazza milioni di persone, non dimentichiamolo. C’è
quindi un’attenzione alta e vigile. La vecchia frase
della canzone degli Inti - Illimani “El puebo unido, jamás será vencido”
rimane nel DNA e nella memoria dei movimenti sociali in Cile. Non a caso, nelle
ultime proteste di piazza, gli Inti - illimani, Victor Jara e Violeta Parra
sono tornati ad essere dei punti di riferimento musicali e culturali della
protesta. Le loro canzoni e i loro testi musicali sono ripresi come valori per
l’azione sociale e per riscattare la dignità di un
popolo. Dignità che rientra in una delle immagini centrali che muovono la
critica popolare. Oggi una buona parte della popolazione non vuole cedere, o
ritirarsi nella tranquillità della sfera privata, mentre il governo continua a
fare ciò che ha sempre fatto: da una parte difende Piñera mantenendolo ben
saldo alla Presidenza, e dall'altro cerca di scardinare la forza propulsiva e
di trasformazione del movimento. Insomma, esiste una situazione di contesa
che non si è stemperata
nonostante il Coronavirus. Ci sono due tendenze opposte che continuano a conflìggere.
Il futuro del Cile è il futuro di questo tentativo di trasformazione radicale della struttura giuridica e, in particolare, di come si svilupperà questo conflitto. Qualsiasi sia l'esito, tuttavia, questo grande momento di partecipazione popolare resterà nella storia, un patrimonio collettivo sociale e politico che già si è consolidato nel tempo. Inoltre, darà vita ad altri passaggi del processo di trasformazione politica, e, nei fatti, già sta andando oltre anche la nascita del Frente Amplio, la vera novità politica parlamentare e partitica del Cile degli ultimi anni, nata dai movimenti sociali e politici dopo il 2011. Ed il Frente Amplio è l’unione di diversi partiti che hanno come scopo quello di cambiare il paradigma neoliberista, per cui non a caso anche per molti di loro una delle rivendicazioni importanti è sempre stata quella del cambiamento costituzionale. Questo dà anche la cifra dell’incredibile novità politica che ha rimescolato le carte in tavola dalla fine del 2019. Il futuro ci riserverà ancora delle sorprese perché questo immaginario politico e sociale è emerso e si è consolidato nel conflitto sociale, e ciò significa che continua a mutare in direzioni probabilmente ancora più radicali, che diverranno chiare soltanto tra un po.










