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sábado, 13 de febrero de 2021

Intervista a Francesco Maniglio, sociologo e docente di economia política in Ecuador.

Intervista a Francesco Maniglio, sociologo e docente di economia política in Ecuador

di Davide Matrone 

Come analizzi i risultati delle elezioni Presidenziali in Ecuador?

I dati non sono ancora defintivi, tuttavia abbiamo Arauz al primo posto con un 32% dei voti, al secondo posto si registra un pareggio tecnico tra Lasso, il candidato della destra, e Yaku Pérez del partito indigenista di Pachakutik. A grande sorpresa, al 4° posto troviamo Xavier Hervas che si attesta intorno al 16%. Questi i dati a disposizione per il momento. Nel frattempo il CNE si è dato due settimane di tempo per dare i risultati definitivi. Quindi, in questo momento non si possono fare speculazioni sul secondo posto. Tuttavia, possiamo realizzare un analisi evidenziando tre grandi vincitori e un grande perdente.

Chi ha vinto e chi ha perso, secondo te?

I tre grandi vincitori sono Arauz, il partito Pachakutik ed Hervas. Il primo, nonostante la persecuzione politica che ha sofferto il Correismo negli ultimi 4 anni, nonostante l’esilio di quasi tutti i suoi lider e nonostante le esigue risorse per la campagna elettorale, è riuscito ad attestarsi intorno al 32%. Questo significa che mantiene il voto conseguito nella Consulta Popolare del 2018. Arauz riesce a condensare il voto duro del Correismo contro il blocco anti-correista che si è creato nella stessa consulta del 2018. E’ molto importante la questione dei blocchi per comprendere meglio la presenza del secondo candidato costituito dal partito Pachakutik.  A mio avviso, in una forma poco complessa, la vittoria di Pachakutik è stata interpretata, dalla stampa internazionale, come la vittoria della protesta dell’ottobre del 2019. Dal mio punto di vista e da altri dentro dello stesso movimento indigeno della CONAIE, quest’interpretazione potrebbe essere falsa. Diciamo che Pachakutik è cresciuto come partito dentro del blocco di cui parlavo prima, conformatosi durante la consulta popolare di circa tre anni fa. Il risultato elettorale di queste elezioni è un calco di quello del plebiscito popolare. Un calco sia dal punto di vista elettorale, ma anche un riflesso delle divisioni regionali. Il correismo ha vinto nel 2018 nella regione costiera, a gran maggioranza montuvia, mentre nella Sierra e nell’Amazzonia, ad alta coesione e identità indigena, si è conformato un blocco anticorreista. Questo blocco attuale, nel passato era composto da Lasso, Nebot, Pachakutik e Lenin Moreno. Tuttavia, non c’è dubbio che la protesta di ottobre abbia portato la questione indigena alla superficie e soprattutto abbia visibilizzato la questione razziale molto spesso nascosta dai mezzi di comunicazione e dall’opinione pubblica dell’Ecuador. Finalmente la questione razziale si pone nel piano piú centrale dell’opinione pubblica. Anche se la protesta di ottobre è stata capitalizzata dalla destra del movimento indigeno rappresentata da Yaku Pérez nel blocco con Lasso, Moreno e Nebot, finalmente la stessa mobilitazione popolare ha portato avanti quei discorsi e quelle rivendicazioni che altrimenti non sarebbero potute emergere. Al quarto posto, dicevamo, troviamo il candidato Xavier Hervas che frettolosamente è stato etichettato come il candidato tiktokero che prende un voto trasversale dai giovani. Riguardando i precedenti di Hervas e la sua campagna elettorale direi che questo candidato non rappresenti una novità, bensí il suo voto proviene dall’ambiente della destra di Lasso-Nebot. La destra storica ecuadoriana di Creo e PSC ha cercato un accordo con il candidato social-democratico. In quest’accordo, evidentemente, alcune componenti sono uscite ed hanno appoggiato Hervas che, nonostante si presenti con un partito di Sinistra, ha un discorso vicino alla destra imprenditrice, ai giovani laureati e parla anche ad una categoria che in Ecuador era sconosciuta e cioé, la componente giovane acculturata. Hervas spesso tocca in questa massa laureata e acculturata che non si avvicina piú ad Arauz e nemmeno a Yaku Pérez. Hervas ha cavalcato il cavallo di battaglia della lotta alla corruzione e all’efficienza e ha cosí conquistato, da destra, oltre il 15% dei voti. Se osserviamo i blocchi, dopo questa premessa, notiamo che Hervas, Lasso e Pachakutik hanno insieme il 65% dei voti, mentre il Correismo ha il 35%. Quindi, in Ecuador l’analisi del voto va fatto in base all’analisi di questi tre blocchi.

Lo sciopero nazionale dello scorso ottobre, in che forma ha influito in queste elezioni? e perché?

Lo sciopero ha sancito una rottura abbastanza dura dentro del movimento indigeno che spiego in due punti. Il primo si associa all’attuale candidato di Pachakutik che è parte del blocco neoliberista che non voleva assolutamente una protesta in ottobre. Il secondo aspetto è che la sollevazione indigena nasce come una dura protesta contro le politiche neoliberiste imposte dal Fondo Monterario Internazionale ma soprattutto come una protesta della base indigena contro i propri lider che avevano firmato le proposte neoliberiste di Moreno. Infatti, Leonidas Iza, che è il lider indigena della mobilitazione popolare, porta in piazza la dura critica non solo contro Lenin Moreno ma anche contro i lider del Pachakutik in quanto parte del blocco neoliberista. Un mese dopo il famoso ottobre 2019, Yaku Pérez irrompe dentro il movimento indigena e si prende Pachakutik. Quindi la protesta paradossalmente fortifica la persona Yaku Pérez e marginalizza Leonidas Iza. Tuttavia, la rottura avviene all’interno delle relazioni di forza del partito, ma non nel campo del potere pubblico perché gli indigeni hanno votato a livello coeso la figura di Yaku in quanto indigeno.

Però esistono delle contraddizioni al suo interno.

Sí, certamente. Nello scenario attuale il blocco indigeno si può rompere perché Leonidas Iza porta avanti un’opposizione interna al suo movimento ed ora con l’attenzione mediatica rivolta al movimento, lo stesso Iza concentra la sua campagna politica su tre punti principali: 1) il non estrattivismo, 2) no al Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti, 3) nessun accordo con il FMI. Penso che nel blocco odierno Yaku Pérez non possa portare avanti questi tre principi e quindi nel futuro s’intravede una lotta interna che farà bene allo stesso movimento per visibilizzare maggiormente una serie di rivendicazioni sociali importanti. Nonostante ció, Yaku Pérez ha una possibilità storica: la rivendicazione della plurinazionalita come politica pubblica di Stato. Questo metterebbe al centro dell’attenzione il problema strutturale del razzismo in Ecuador. Il blocco composto da Lasso, Yaku ed Hervas si puó rompere solo ed esclusivamente da dentro del movimento indigena. Non verrà da Hervas perché non ha base sociale, non verrà dalla destra perché non ci sono le condizione al momento. Queste rotture permetteranno al movimento indigeno di svegliarsi e rompere con le elite di destra presenti al suo interno.

Perché questo non avviene ancora?

Dobbiamo spiegare qualcosa che in Europa non si comprende facilmente. Questa rottura difficilmente si da per questioni di carattere culturale. Nella cosmovisione indigena non è facile creare il conflitto e la rottura con le gerarchie.  In Europa quando all’interno di un partito ci sono delle rotture incolmabili, si genera la scissione del partito e la nascita di uno nuovo. Ultimo caso italiano è la rottura di Renzi con il PD che ha poi formato un nuovo partito. Qui, non funziona cosi, altrimenti il movimento indigena in questo momento storico sarebbe fuori da Pachakutik che non ha nemmeno la maggioranza all’interno della CONAIE. Qui, invece di rompere con le gerarchie si aspettano momenti migliori per portare avanti le proprie idee. Pachakutik è governato da una elite minoritaria di destra ma con un elettorato a maggioranza di sinistra eppure resta unito. Incomprensibile per noi europei, peró la cosmovisione indigena determina questa situazione.

Andiamo al campo internazionale. Secondo te, quali sono le alleanze internazionali in gioco per il futuro dell’Ecuador.

A livello internazionale con la vittoria di Biden è cambiata la tattica ma non la strategia degli Stati Uniti. Con Biden si aspetta un colpo di stato blando per la riappropiazione del potere dentro di uno schema piú soft che abbiamo già visto, tra l’altro, con il periodo di Moreno. Yaku in questo senso rappresenta il personaggio adatto perché nel campo sociale ferma il conflitto sociale in Ecuador ma dall’altro lato da passo all’intervento della banca privata, al FMI e al TLC con gli USA. Qunidi è l’ideale a livello internazionale come un attore di riappacificazione sociale e di unità dentro del blocco anti- correista che un Lasso diversamente non riuscirebbe perché non appacificherebbe socialmente. Qundi non è in dubbio che gli Stati Uniti appoggino Yaku. Inoltre, quest’ultimo si è espresso contro Evo Morales in Bolivia, a favore di Almagro e dell’OEA.

Facciamo una critica al correísmo. Arauz riuscirà a vincere al secondo turno? Come?

Il correismo non è avanzato oltre il 32% perché non è riuscito a proporre un tema nuovo se non lo stesso di sempre e cioé: maggiore investimento dello stato, il recupero della Patria, un’economia piú autarchica. Il Correismo non è andato oltre questo e al suo interno non sono state assunte una serie di lotte per i diritti civili che oggi sono senitite all’interno della societá civile con maggiore maturità. Questi temi li ha cavalcati in campagna elettorale Yaku Pérez che ha un discorso sui diritti civili piú progressista rispetto a quello di Arauz. Dal mio punto di vista il correismo deve produrre un discorso piú progressista che guardi alla plurinazionalità, che non accetti accordi con il FMI e il TLC con gli USA. E che cominci a fare soprattutto autocritica.

In questa disputa che si è aperta tra Lasso e Yaku Pérez, che cosa prevedi?

Sembra che i due attori si uniscano in questo schema denominato Ecuador Unido. Secondo me, questo riconteggio è una scenata ed un modo per creare tensioni e aumentare l’isolamento politico al correismo. Di fatti, inmediatamente il candidato Hervas ha già detto di appoggiare Lasso per combattere il modello correista. Quindi, si sono già dichiarate le forze in campo. Rispetto a Yaku Pérez bisogna stare attenti alle mosse di Leonidas Iza e alla base del movimento che stanno giá prendendo le distanze da Yaku per il dialogo intavolato con Lasso. Questa corrente interna al movimento indigena potrebbe essere l’ago della bilancia e capire quanti voti andranno verso Arauz e quanti verso Lasso.

In definitiva c’è qualcosa di strano. In Ecuador, in queste elezioni ha vinto la sinistra che non vuole il neoliberismo peró, paradossalmente, invece di costruire un’alleanza organica al suo interno, si parla di divisioni e di accordi addirittura con la destra. Forse ci sono interessi geopolitici alti che non vogliono che questa sinistra sia unita.   

lunes, 8 de febrero de 2021

Boom della sinistra in Ecuador. E c’è un indigeno al ballottaggio

 INTERNAZIONALE

Boom della sinistra in Ecuador. E c’è un indigeno al ballottaggio

Presidenziali. Con il 32% vince il delfino di Correa, Arauz. Secondo a sorpresa Pérez. La destra di Lasso stracciata, perde anche nella sua roccaforte. Ottimo risultato anche per Sinistra democratica di Hervas, l’outsider che conquista i giovani.



Le elezioni in Ecuador non hanno ancora sancito il nuovo presidente della Repubblica. Il più votato è stato Andrés Arauz, delfino dell’ex presidente Rafael Correa, che ha ottenuto oltre 2 milioni e mezzo di voti superando il 32% delle preferenze.

Il risultato conferma un voto cosciente e stabile di alcuni segmenti della società verso il correismo che gode ancora di un buon consenso popolare. Ci si attendeva di più ma non è niente male, considerando l’incessante campagna mediatica contro dei mezzi di comunicazione privati e nonostante la costante persecuzione politica diretta a tutto l’apparato dirigente del partito di Correa.

Questo voto cosciente, che si aggira intorno al 30%, è lo stesso che si vide nella consultazione popolare del 2018 quando il «no» (sostenuto solo da Correa & Company) raggiunse una media nazionale del 32,9% nei 7 quesiti referendari. Ma il risultato non è sufficiente per designare Arauz come il nuovo mandatario del paese e mandarlo a Palazzo Carondelet, sede della presidenza dell’Ecuador.

Nell’articolo 89 della Legge organica elettorale e nel Codice della Democrazia (promulgato nel 2009 e modificato nel 2012) si sancisce che nella prima votazione bisogna raggiungere il 40% dei voti distanziando il secondo candidato del 10%. Non è avvenuto. Nonostante l’obiettivo fallito e al primo tentativo, il morale del candidato della sinistra è alto.

«La giornata di oggi ha mostrato chiaramente la vittoria del nostro partito che avanza in tutti i territori», le prime dichiarazioni di Andrés Arauz dopo gli exit poll diffusi dal Consiglio nazionale elettorale, venti minuti dopo la chiusura dei seggi. «Oggi, la vittoria dell’Unione per la Speranza (Unes) è chiara, siamo i primi. È un trionfo rappresentativo del territorio nazionale», ha poi detto in una conferenza stampa celebrata nella capitale nell’Hotel Mercure.

Arauz, economista esperto in statistiche e matematica, ha spiegato che il Cne ha compiuto un’imprecisione tecnica nel presentare i dati con un conteggio rapido solo con il 90% dei campioni e senza attendere la sua conclusione. Il primo exit poll dava Arauz al 34%, Lasso al 24% e Yaku Pérez al 15%. Poi, con il passare del tempo le variazioni sono state importanti fino a far crescere l’incertezza sull’altro candidato che sfiderà Arauz nel ballottaggio il prossimo 11 aprile.

Il conteggio va a rilento: Yaku Pérez è dato al 20,04% sul gran perdente di queste elezioni, Guillermo Lasso della destra neoliberista fermo al 19,97% che attende il responso finale dei risultati. «Riconosceremo il risultato al 100% delle schede conteggiate».

Fin qui, il voto ci dice alcune cose. La sonora sconfitta della destra. L’alleanza indigesta e forzata tra Lasso e Nebot non ha assolutamente funzionato. Il dato più rappresentativo di questa debacle si evidenzia nella regione del Guayas, governata dai socialcristiani di Nebot, che hanno portato un secondo posto inatteso contro il candidato della sinistra Arauz che ha ottenuto il 41,8% contro il 25,3% di Lasso.

In questa elezione perde oltre un milione di consensi, se comparati alle elezione del 2017. Per conquistare Palazzo Carondelet, ha bisogno di alleanze strategiche e territoriali. Alleanze che non hanno funzionato nelle due precedenti tornate elettorali.

L’altro elemento politico importante è la sorprendente vittoria del dirigente indigeno Yaku Pérez che ha eguagliato i risultati elettorali del 1996 e 2002 del partito Pachakutik che aveva raggiunto il 20% dei consensi ma senza giungere al ballottaggio.

Dopo un calo impressionante di consensi degli ultimi anni e con il minimo storico al 3,2% nel 2013, l’avvocato cuencano ha messo su una infaticabile campagna elettorale su tutto il territorio nazionale che gli ha consentito di conquistare ben sette regioni su 14 risultando il secondo partito a livello nazionale e conquistando una buona pattuglia in parlamento. Un risultato inedito nella storia del movimento indigeno dell’Ecuador che prevede seri cambiamenti nello scacchiere politico.

L’ex presidente della provincia di Azuay ha raccolto il voto di protesta del popolo dello sciopero nazionale dell’ottobre 2019 che aveva criticato energicamente le politiche neoliberiste imposte dal Fondo monetario internazionale.

«Con certezza, siamo al secondo posto e quindi al ballottaggio. Vigileremo con attenzione il voto e la volontà popolare. Rispettiamo democraticamente il risultato elettorale. Nasce una nuova proposta politica basata nella riconciliazione nazionale», ha dichiarato entusiasta Yaku Pérez quando era stato scrutinato il 98% dei seggi elettorali.

Infine, i risultati elettorali ci consegnano un’altra bella sorpresa: il buon consenso ottenuto dal candidato della Sinistra democratica, Xavier Hervas, in quarta posizione con un sorprendente 16%. Outsider della politica, ha conquistato l’elettorato giovanile tra i 16 e 21 anni (il 65% dei suoi consensi) grazie alla sua efficace strategia comunicativa basata sull’uso delle reti sociali e soprattutto dei Tik Tok, tanto da ribattezzarlo come il «candidato tiktoker».

Questo giovane imprenditore ha conquistato una regione, quella della capitale, che potrebbe lanciarlo alla corsa per le prossime elezioni amministrative del 2023 per la conquista della fascia tricolore di sindaco di Quito.

Questo scenario apre la porta a un cambiamento del panorama politico dell’Ecuador. Uno scacchiere non più polarizzato come in passato, ma multipolare con quattro attori di cui tre di sinistra (sinistra movimentista, sinistra riformista, socialdemocrazia) con la possibilità di formare governi di coalizione.

Con i dati a disposizione, si conforma la nuova Assemblea nazionale che vede 48 parlamentari della Unes di Arauz, 26 parlamentari di Pachakutik di Pérez, 15 della Sinistra democratica di Hervas, 14 del Partito Social Cristiano e 9 del partito Creo di Lasso, 13 per le altre forze minori.

Bisogna capire quali saranno le strategie che metteranno in campo i due candidati del ballottaggio prima di arrivare a Palazzo Carondelet. Per saperlo, dovremmo attendere ancora alcuni giorni.

https://ilmanifesto.it/boom-della-sinistra-in-ecuador-e-ce-un-indigeno-al-ballottaggio/

martes, 19 de mayo de 2020

La rebelión de Túpac Amaru.

TÚPAC AMARU 

Túpac Amaru líderó una de las mayores revoluciones indígenas de América Latina.  Desde el 4 de noviembre de 1780 hasta el 18 de mayo de 1781 levantó su pueblo contra la opresión y dominacion española. Fue condenato a muerte por orden del virrey español Francisco de Toledo.

Túpac Amaru y su muerte

Las reformas españolas centralizadora del siglo XVIII significaron un incremento de la opresión para los indígenas. En 1780 el malestar y descontento popular explotó en una rebelión bajo la conducta de José Gabriel Condorcanqui, llamado Túpac Amaru (en lengua quichua significa "serpiente resplandeciente"). 

La rebelión obtiene sus triunfos en un primer momento. Túpac Amaru empieza a aplicar un programa revolucionario: a) devolución de las tierras usurpadas a sus legitimos propietarios, b) anulación de la esclavitud y de los servicios personales.

La rebelión comenzó en la provincia de Tinta y después alcanzo las otras provincias del país

Asustados por la magnitud de la protestas de Túpac Amaru y de su ejército de liberación, la Iglesia, el Estado, los criollos y los europeos se juntaron para enfrentar el peligro. Durante los duros enfrrentamientos murieron 100 mil indígenas y 1200 del ejército realista español. 

El primer gritos de liberación de América Latina viene callado. Túpac Amaru viene detenido.

El 18 de mayo de 1871, en un acto público en la Plaza de Armas de Cuzco (Perú), se cumplió la ejecución de Túmac Amaru, su familia y sus seguidores. Los prisioneros fuerons sacados de sus calabozos, metidos en zurrones (un tipo de costal) y arrastrados por caballos todos a la vez, uno tras otro, hasta llegar a la plaza del cadalso. 

Túpac Amaru fue obligado a presenciar a la tortura y ejecución de sus aliados y amigos, su tío, sus dos hijos mayores y finalmente su esposa Micaela Bastidas, es ese orden. 
Después, al igual de hicieron con varios de sus lugartenientes,con su tío y su hijo mayor, le cortaron la lengua.

Luego se intentó descuartizarlo vivo, atando cada una de sus extremidades a caballos para que estos tirasen de aquellas y las arrancaran. 


Castigos ejecutados en la ciudad del Cuzco con Tupac-Amaru, su mujer, hijos y confidentes

El viernes 18 de mayo de 1781, después de haber cercado la plaza con las milicias de esta ciudad del Cuzco, que tenían sus rejones y algunas bocas de fuego, y cercado la horca de cuatro caras con el cuerpo de mulatos, y huamanguinos, arreglados todos con   -53-   fusiles y bayonetas caladas, salieron de la Compañía nueve sujetos, que fueron los siguientes: José Verdejo, Andrés Castelo, un zambo, Antonio Oblitas (que fue el verdugo que ahorcó al general Arriaga), Antonio Bastidas, Francisco Tupac-Amaru, Tomasa Condemaita, cacica de Acos, Hipólito Tupac-Amaru, hijo del traidor, Micaela Bastidas, su mujer, y el insurgente José Gabriel. Todos salieron a un tiempo, y uno tras otro venían con sus grillos y esposas, metidos en unos zurrones, de estos en que se trae yerba del Paraguay, y arrastrados a la cola de un caballo aparejado. Acompañados de los sacerdotes que los auxiliaban, y custodiados de la correspondiente guardia, llegaron todos al pie de la horca, y se les dieron por medio de dos verdugos las siguientes muertes.

A Berdejo, Castelo, al zambo y a Bastidas, se les ahorcó llanamente; a Francisco Tupac-Amaru, tío del insurgente, y a su hijo Hipólito se les cortó la lengua, antes de arrojarlos de la escalera de la horca; y a la india Condemaita se le dio garrote en un tabladillo, que estaba dispuesto con un torno de fierro que a este fin se había hecho, y que jamás habíamos visto por acá; habiendo el indio y su mujer visto con sus ojos ejecutar estos suplicios hasta en su hijo Hipólito, que fue el último que subió a la horca. Luego subió la india Micaela al tablado, donde asimismo, a presencia del marido, se le cortó la lengua, y se le dio garrote, en que padeció infinito, porque, teniendo el pescuezo muy delgado, no podía el torno ahogarla, y fue menester que los verdugos, echándola lazos al pescuezo, tirando de una y otra parte, y dándola patadas en el estómago y pechos, la acabasen de matar. Cerró la función el rebelde José Gabriel, a quien se le sacó a media plaza; allí le cortó la lengua el verdugo, y despojado de los grillos y esposas, lo pusieron en el suelo; atáronle a las manos y pies cuatro lazos, y asidos estos a la cincha de cuatro caballos, tiraban cuatro mestizos a cuatro distintas parte: espectáculo que jamás se había visto en esta ciudad. No sé si porque los caballos no fuesen muy fuertes, o porque el indio en realidad fuese de fierro, no pudieron absolutamente dividirlo, después que por un largo rato lo estuvieron tironeando, de modo que lo tenían en el aire, en un estado que parecía una araña. Tanto que el Visitador, movido, de compasión, porque no padeciese más aquel infeliz, despachó de la Compañía9 una orden, mandando le cortase el verdugo la cabeza, como se ejecutó. Después se condujo el cuerpo debajo de la horca, donde se le sacaron los brazos y pies. Esto mismo se   -54-   ejecutó con las mujeres, y a los demás se le sacaron las cabezas para dirigirlas a diversos pueblos. Los cuerpos del indio y su mujer se llevaron a Picchu, donde estaba formada una hoguera, en la que fueron arrojados y reducidos a cenizas, las que se arrojaron al aire, y al riachuelo que por allí corre. De este modo acabaron José Gabriel Tupac-Amaru y Micaela Bastidas, cuya soberbia y arrogancia llegó a tanto, que se nominaron reyes del Perú, Chile, Quito, Tucumán, y otras partes, hasta incluir el Gran Paitití, con otras locuras a este tono.

Este día concurrió un crecido número de gente, pero nadie gritó, ni levantó una voz; muchos hicieron reparo, y yo entre ellos, de que entre tanto concurso no se veían indios, a lo menos en el traje mismo que ellos usan, y si hubo algunos, estarían disfrazados con capas o ponchos. Suceden algunas cosas que parece que el diablo las trama y dispone, para confirmar a estos indios en sus abusos, agüeros y supersticiones. Dígolo porque, habiendo hecho un tiempo muy seco, y días muy serenos, aquel amaneció tan toldado, que no se le vio la cara al sol, amenazando por todas partes a llover; y a hora de las 12, en que estaban los caballos estirando al indio, se levantó un fuerte refregón de viento, y tras este un aguacero, que hizo que toda la gente, y aun las guardias, se retirasen a toda prisa. Esto ha sido causa de que los indios se hayan puesto a decir, que el cielo y los elementos sintieron la muerte del Inca, que los españoles inhumanos e impíos estaban matando con tanta crueldad.


Las fuentes: 

http://www.cervantesvirtual.com/obra-visor/relacion-historica-de-los-sucesos-de-la-rebelion-de-jose-gabriel-tupacamaru-en-las-provincias-del-peru-el-ano-de-1780--0/html/

http://www.cervantesvirtual.com/obra-visor/relacion-historica-de-los-sucesos-de-la-rebelion-de-jose-gabriel-tupacamaru-en-las-provincias-del-peru-el-ano-de-1780--0/html/ff9844fe-82b1-11df-acc7-002185ce6064_3.html#I_17_ (relación del castigo ejecutado a Túpac Amaru, sus familares y seguidores)

domingo, 17 de mayo de 2020

¿Qué está pasando en Bolivia? El testimonio de la comunicadora Clorinda Purrello desde La Paz.

El 10 de noviembre de 2019 se concretó el Golpe de Estado en Bolivia. El 12 de noviembre Añez se autoproclama presidenta de Bolivia. Después de 6 meses he contactado la compatriota italiana Clorinda Purrello* y hemos conversado sobre la actualidad boliviana.

di Davide Matrone 

Foto 1

¿Cuál es la situación en general en el país?

El Gobierno transitorio de Jeanine Añez se caracterizó, desde el primer momento, por el uso de símbolos católicos y cristianos, además de claras y continuas referencias a conceptos cuales la familia, heteronormada y cristiana. Una de las primeras acciones ¨políticas¨ fue la ruptura o enfriamiento de las relaciones diplomáticas con Cuba, México, Venezuela y Argentina, y por el otro lado la recuperación de las relaciones con Israel. No obstante, la dura crítica al ex Presidente Evo Morales no se han cerrado programas de ayuda social, probablemente para no generar aun más conflicto social, y se ha aparentemente dado continuidad a los proyectos de matriz extractivistas del gobierno precedente. 

Sin duda, la llegada de la pandemia ha complicado el delicado cuadro político boliviano ya que, por un lado el gobierno de Añez está aprovechando para tomar decisiones que no competerían a un gobierno transitorio, cuales por ejemplo la entrada de los transgénicos, una deuda con el FMI y la eventual privatización de empresas estatal, y por el otro hay una total ausencia de partidos políticos que tengan programas fuertes y alternativos, lo cual pesará una vez terminada la cuarentena. También no hay que olvidar que el MAS (Movimiento al Socialismo) tiene la mayoría en el parlamento y lastimosamente no brilla en trasparencia e integridad. A esto, se suman las claras dificultades que están padeciendo los sectores más vulnerables y las comunidades a las cuales el Gobierno actual está en parte respondiendo, y que están generando protestas y bloqueos en algunos departamentos del país, de los cuales se aprovecharon, en algunos casos, afines al MAS para desestabilizar el actual gobierno y presionar para las elecciones. En fin, la situación es bastante complicada.

¿Cuáles son los cambios que registran las ONG en el país?

Según las ultimas declaraciones del Gobierno Añez, se quieren abrir las puertas a Ong que quieran cooperar con el desarrollo del país. Durante el gobierno Morales, la situación para las Ong no era fácil, sobre todo con las Ong que trataban temas delicados para la agenda de gobierno, por ejemplo, se prohibió a las Ong de entrar en las escuelas. USAID (Agencia de los Estados Unidos para el Desarrollo Internacional) ha vuelto a Bolivia después de haber sido expulsada durante el gobierno de Morales. Esta nueva situación nos dice algo que a mi aviso no es positivo, pero al mismo tiempo se supone que USAID trabajará sobre la transparencia de las elecciones generales y la restauración de la Chiquitania (Complejo de diversidad de Bolivia destruido después de un incendio en agosto de 2019).

Viendo la línea política de este gobierno, imagino que temáticas como por ejemplo los derechos sexuales-reproductivos y temáticas LGBTQI serán problemáticas, así como las relacionados a temas ambientales, así como lo fueron también durante el gobierno de Morales. Por el momento las Ong han re-direccionado sus fondos hacia la emergencia actual, así que tendremos que esperar el post cuarentena para poder realmente darnos cuentas de los cambios.

Según las denuncias de algunos sitios de información (Telesur, La Izquierda Diario de Uruguay, Página 12 de Argentina) e informes de organismos como Pressenza International Press Agency, en el país se han silenciado radios comunitarias y hay persecución a periodistas y activistas. ¿Cuál es hoy en día la situación en general en términos de libertad de expresión y de prensa en Bolivia?

Foto 2

Hubo persecución a dirigentes, periodistas y activistas también durante el gobierno de Morales. Sin duda el gobierno Añez es más ¨blanco¨ y menos sensible a una concepción de un estado plurinacional, pero la manipulación y censura de los medios de comunicación fue algo común durante el gobierno precedente. Hace algunos días se ha retirado un decreto que restringía la libertad de expresión (el decreto 4231, el cual reforzaba las medidas previstas anteriormente en los decretos 4200 y 4199), y esto nos muestra que los atentados a la libre expresión están siempre detrás de la esquina. El cierre de estas radios es sin duda preocupante y va mucho más allá de la legitimidad de este gobierno, las cuales serían bajo cualquier circunstancia un ataque a la libertad de expresión. En termino de libertad de expresión, no veo muchos cambios respeto al gobierno anterior: sigue estando constantemente en peligro, han cambiado los peones, pero no el juego. Lastimosamente esta pandemia es el momento ideal para que los gobiernos de turno aprovechen para poder instaurar políticas peligrosas y atentar a nuestros derechos, y no vale solo para Bolivia….

Bolivia realiza 51 pruebas al Covid-19 sobre cada 100 milhabitantes. En base a estos datos, Bolivia sigue siendo el país que realiza menos test en Sudamérica. ¿Cuál es la situación Covid-19 en Bolivia?


La situación en Bolivia es seguramente menos critica de la de otros países, como la de Ecuador, por ejemplo. Estámos en cuarentena desde mitad de marzo aproximadamente, y los casos han subido constantemente; sin embargo, no se ha llegado al colapso del sistema de salud que era lo que más se temía. Por el otro lado, no podemos contar sobre dato certeros ya que, como dices, se hacen muy pocas pruebas. Lo único certero es que todavía no hemos llegado al pico. Hay que señalar que la situación de los hospitales es bastante critica en cuanto no cuentan con equipamiento necesario para atender los casos, tampoco los médicos están equipados para evitar el contagio y las clínicas privadas impones precios exagerados para curar pacientes con Covid-19. 

Bolivia ha recibido donaciones para enfrentar la pandemia y ha declarado haber hecho compras de material sanitario para enfrentar la pandemia, sin embargo, la actitud del gobierno es muy poco trasparente y superficial. Por lo que concierne las reglas de la cuarentena, el gobierno ha propuesto desde el 10 de mayo la aplicación de una cuarentena dinámica, es decir una gradual flexibilización de la cuarentena en los lugares que presenten menos contagios, pero hasta el momento en La Paz, El Alto y Santa Cruz se seguirá con la cuarentena estricta hasta inicio junio.

¿Cómo has vivido el golpe de Estado del noviembre del 2019?

¡Mal la verdad! La situación ha precipitado bastante rápidamente, de manera muy confundida y caótica. Mucha gente me contactó para saber como estaba, y me dí cuenta de que hubo mucha confusión de los medios internacionales sobre la situación en Bolivia de ese tiempo.  Personalmente no lo definiría realmente un golpe de estado. El MAS fue muy poco trasparente en estas elecciones y pasaron cosas bastante ¨raras durante las mismas. Por ejemplo, cuando se estaba haciendo el conteo para saber si había balotaje entre Morales y Mesa, los únicos candidatos que aumentaron sus votos, por muchas horas, fueron solamente estos dos candidatos. Bastante raro que no haya habido más votos para los otros candidatos justo cuando los más importante era conseguir ese 10% más para poder evitar el balotaje….

Durante esos días hubieron saqueos, enfrentamientos continuos entre grupos de ambos lados, bloqueos (no había comida ni gasolina), infiltrados de ambos lados (no se entendía quien era quien). Se encontraban cajas de papeletas electorales en cualquier lado, la policía estaba dividida y sinceramente cuando vi los tanques militares en las calles pensé que iba realmente a haber un golpe militar.

No voy entrar en el merito de que si haya habido fraude o no, pero el fin del gobierno de Morales abrió la cancha a personajes muy peligrosos a mi aviso (Camacho, Mesa) y a mecanismos poco democráticos por cuanto lleven la bandera del regreso a la democracia.

*Clorinda Purrello, comunicadora y productora audiovisual. Activista y cooperante internacional. Vive en Bolivia desde el año 2015.

Las fuentes:

viernes, 8 de mayo de 2020

Intervista a Blanca Chancosa.

Uniti si vince!

Blanca Chancosa

Leader storica del movimento indigeno ecuadoriano. Coofondatrice del Movimento Contadino Indigeno dell’Ecuador, oggi componente della CONAIE.
Nell'attuale Costituzione dell’Ecuador si riconosce il Sumak Kawsay
Si! L’attuale Costituzione dell’Ecuador include moltissimo del modello di sviluppo denominato "Sumak Kawsay".
Durante l’elaborazione della Carta Costituzionale di Montecristi (nel 2007), l’organizzazione CONAIE (Confederacion Nacionalidades Indigenas del Ecuador) elaborò e propose una carta costituzionale alternitava. Fu l’unica organizzazione a farlo, gli altri si limitarono a proporre delle modifiche alla Costituzione in elaborazione. In quel momento storico molte proposte avanzate dalla CONAIE furono accettate.
Un altro elemento riconosciuto nella Magna Carta è stata la PLURINAZIONALITÀ che rappresenta un aspetto fondamentale per noi popoli indigeni dell’Ecuador in quanto nel nostro Paese ci sono 14 nazionalità.
Però questo stesso riconoscimento, non presente nella Costituzione del ’98, non viene applicato dall’attuale governo. Questo genera attrito con l'ufficialismo. Il Presidente Correa, nelle occasioni pubbliche ed ufficiali, si presenta come Presidente dell’Ecuador e non anche delle 14 nazionalità indigene. Questo per esempio non succede in Bolivia dove il Presidente Morales e i ministri si presentano come i rappresentanti di uno Stato Plurinazionale ed Interculturale.
L’interculturalità, a mio avviso, viene interpretato come tolleranza delle culture differenti del paese mentre la Plurinazionalità viene associato all’esercizio del diritto che è un processo ed un riconoscimento di carattere politico che manca ancora.
Un altro diritto riconosciuto, grazie alla nostra pressione come organizzazione, è stato quello dell'autoderminazione dei popoli dell’Ecuador. Questi diritti e doveri oggi sanciti nella Costituzione hanno una storia lunga più di 20 anni. Una storia segnata dal sacrificio e dalla lotta.
Quali sono le contraddizioni del Governo e come si manifesta coi movimenti indigeni?
Moltissime. Ci hanno concesso molte cose peró in cambio di altre. La concessione di frequenze per l'apertura di radio comunitarie, locali e nazionali è positivo ma non possiamo avere una posizione contraria al Governo. Se ci poniamo contro l'officialismo rischiamo la censura e la chiusura della radio.
La contraddizione esiste anche nelle politiche estrattive e minerarie. L’estrazione viola le leggi costituzionali che difendono il territorio e le risorse naturali del Paese.
Una cosa molta grave è la criminalizzazione del Movimento Indigeno, a mio avviso.  Questo fenomeno si sta registrando negli ultimi tempi. Il Presidente ci sta criminalizzando e dividendo. Le nostre manifestazioni sono represse, nonostante ci siano proposte per il miglioramento della situazione attuale.
Qualche tempo fa è stato ucciso un leader indigeno della Provincia dell’Imbabura ed il Governo invece di fare delle ricerche serie ha cominciato ad incolparci. Anch’io sono stata perseguitata ed ho rischiato 5 anni di carcere.
In definitiva esiste una contraddizione di fondo. Il Sumak Kawsay trova fertilità e giusta applicazione in un sistema socialista effettivo, in un sistema comunitario e convivenziale con la Pacha Mama (Madre Natura) e non in un sistema liberale nel quale stiamo vivendo.
Che fare?
Bisogna continuare a lottare. Penso che non dobbiamo limitarci semplicemente alla difensiva ma anche elaborare proposte alternative. Dobbiamo, inoltre, combattere l’arrivismo all’interno dello stesso movimento indigeno. Sono contraria alla scelta di un leader che debba rappresentarci; questo serve a dividerci e ad allontanarci.
Noi abbiamo bisogno di un’autorità popolare e comunitaria. Bisogna realizzare delle assemblee comunitarie che rappresentino en todo l’AUTORITÀ che ci consenta di POTER POTERE e non di NON POTER POTERE.
Come continua il tuo contributo all’interno del Movimento Indigeno?
Il mio contributo è rivolto soprattutto alle donne. Dobbiamo cominciare a rafforzarci, entrare nella formazione dei quadri politici. Stiamo continuando a riunirci nelle assemblee, ma senza lasciare il confronto con gli altri. Creare una rete per essere uniti, perché uniti si vince.
di Davide Matrone
*Lintervista si tenne a San Antonio de Ibarra nel 2012.

martes, 21 de abril de 2020

Leonidas Proaño


Leonidas Proaño: un hombre sencillo y devoto a los pobres
Martes 10 de septiembre de 2019



“Un mal agosto nuestro sol, a medio día anocheció, detrás de llanto y el amén, debimos despedirnos de él” [1]Así recita un verso de la canción “el hermano colibrí” del cantante ecuatoriano Jaime Guevara que homenajeó al Obispo de los pobres.
Leonidas Proaño murió el amanecer del 31 de agosto del 1988 a la edad de 78 años en la ciudad de Quito. Luego de funerales en Riobamba y en Ibarra, fue enterrado en la localidad de Pucahuaico[2] cerca de San Antonio de Ibarra.
En este lugar sigue reposando en la silenciosa capilla de una pequeña comunidad indígena, asentada a los pies del Taita Imbabura, cerca de una quebrada. La capilla es muy sencilla y llena de paz. Una sencillez hecha de detalles muy llamativos como los ocho vitrales [3] que refiguran a líderes indígenas de la historia de Ecuador: Atahualpa, Rumiñawi, Jumandi, Daquilema, Manuela León, Joaquín Andrade, Dolores Cacuango y Lázaro Condo.
Los orígenes de Leonidas Proaño son muy humildes. Nació en el año 1910 en la provincia de Imbabura en una casita muy pequeña y pobre. Sus padres le enseñaron valores como la honestidad, el sacrificio y la verdad. Cuenta en su autobiografía: “Soy hijo de familia pobre…teníamos que trabajar, por lo mismo que éramos pobres”. [4] Una familia pobre sin muchos recursos no podía soñar en grandezas porque los recursos eran muy modestos.
En su adolescencia y juventud “Eduardito”[5] también maduró el deseo de ser pintor. “Mi sueño era ser pintor” así se lo expliqué al párroco. “Mis padres ya lo sabían”[6]. A pesar de su deseo juvenil, la vida le dio otro rumbo y pronto Eduardito tuvo que optar por la vida religiosa. Fue consagrado sacerdote en el año 1936, y en el mes de mayo del año 1954 toma posesión del Obispado de Riobamba.
Acá, en esta provincia del país, comienza su trabajo de evangelización. La evangelización de Proaño ha sido liberadora por dos razones: a) porque parte de las realidades de injusticia y opresión de los pobres y les abre los ojos, les une y organiza y les enseña a caminar en búsqueda de liberación, y b) porque debe producir cambios no solo a nivel personal, sino de manera integral.[7]
En su proceso de concientización y liberación de los condenados de la tierra, nunca se olvidó su proveniencia. Vivió en un humilde hogar en la localidad de Santa Cruz, se despojó de sus pocas pertenencias. Se puso el poncho rojo, caminó con sus “zapatos de charol” por las comunidades y juntos a sus colaboradores trabajó para la liberación integral de las personas.
El padre belga José Comblin, que lo visitó muchas veces en Santa Cruz decía: “Monseñor aprendió a vivir con la mayor sencillez, sin nada de bienes de consumo, en una verdadera pobreza. Aprendió a ponerse también él a la altura del pueblo indígena. Tenía una pequeña habitación en la casa de retiro”[8].
Se despidió de nosotros en un día de verano. En los últimos dos años, antes de partir, recibió varios reconocimientos a nivel internacional y nacional. Este detalle testimonia el peso del inmenso trabajo realizado en su vida. Recibió el Premio de la Fundación Bruno Kreisky para los Derechos Humanos en Austria. En Estados Unidos le fue otorgado el Premio Rothko en la ciudad de Houston y finalmente en la Universidad del Saarland en Alemania le fue otorgado un Doctorado Honoris Causa. En Ecuador recibió el “Doctor Honoris Causa” entregado por la Escuela Politécnica Nacional.
En los testimonios recogidos en mis años de estudio sobre Proaño, llegué a la conclusión que el Obispo de Riobamba era una persona silenciosa y muy modesta y no amaba que lo celebraran. Los premios recibidos los aceptó con satisfacción, pero sin exhibirlos como algo personal. Con orgullo y satisfacción sostenía: “Los indígenas me han enseñado y todo lo que sé lo he aprendido en la cantera del pueblo, mi universidad ha sido el pueblo”.

Bibliografía
Matrone, Davide. 2015. Mi sueño era ser pintor. Faceta inédita de Mons. Leonidas Proaño a los 25 años de su Pascua. Abya Yala - UPS. Quito.
Proaño, Leonidas. 2001. Creo en el hombre y en la comunidad. Autobiografía.  Corporación Editora Nacional. Quito
Rosner, Enrique. 2010. Leonidas, el amigo. 12 reportaje-testimonios para una biografía contada de Mons. Leonidas Proaño. Fondo Documental Diocesano Riobamba.
[1] “Mi sueño era ser pintor. Faceta inédita de Monseñor Leonidas Proaño a los 25 años de su Pascua”, 2015. Quito, Abya Yala – UPS.
[2] Nombre compuesto de dos palabras quichuas: Puka (Rojo) y Huaico (Quebrada).
[3] Los vitrales fueron realizados por el artista lojano, Oswaldo Mora Anda
[4] En “Creo en el hombre y en la comunidad”
[5] Así lo llamaban en su casa.
[6] Testimonio de Nelly Arrobo Rodas en “Mi sueño era ser pintor”
[7] Testimonio del Monseñor Víctor Corral en “mensaje liberador de Monseñor Leonidas Proaño. file:///C:/Users/user/Downloads/Dialnet-MensajeLiberadorDeMonsenorLeonidasProano-5968349%20(1).pdf
[8] Testimonio de Padre José Comblin en “Leonidas, el amigo. 12 reportaje-testimonios para una biografía contada de Mons. Leonidas Proaño”. Fondo Documental Diocesano Riobamba.

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