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sábado, 28 de noviembre de 2020

Maradona: un intellettuale organico

 Maradona: un intellettuale organico


di Davide Matrone 

L'intellettuale organico di Gramsci.

L'uomo è per natura un intellettuale, in quanto non sfugge all'elaborazione del pensiero creativo. È un essere pensante che genera cultura e una sorta di egemonia in alcuni spazi della sua esistenza.

"Tutti gli uomini sono intellettuali, però non tutti gli uomini esercitano nella società la funzione dell'intelletuale"

Con quest'affermazione Gramsci voleva ridimensionare la figura del colto, del dotto, del letterario, dello studioso cercando di ampliare il concetto d'intellettuale ad altre figure che convezionalmente non sono considerate tali. Dal filosofo all'impiegato, dall'accademico al manovale, la categoria d'intellettuale può essere piú amplia. 

Non è anche intellettuale l'operaio in quanto essere umano creatore d'idee? 

Le attività manuali non hanno bisogno dell'esercizio e dell'elaborazione del pensiero?

Detto ciò, Gramsci però  fa una distinzione tra coloro che ricoprono il ruolo specifico d'intellettuale nella società, cioè coloro la cui attività è quella di produrre contenuti ideologici che generano coerenza e consapevolezza della classe sociale a cui sono articolati. 

Questi sarebbero quelli che Gramsci chiama intellettuali organici. Un operaio che emerge dalle file dei lavoratori può svolgere la funzione sociale d'intellettuale organico della classe operaia da cui proviene costruendo una sorta d'egemonia entrando in contatto con gli altri lasciando da parte il proprio sé e difendendo gli interessi della classe d'origine e d'appartenenza. Il compito dell'intelletuale organico è creare un'opera per la libertà della propria classe che rappresenta e non un vuoto e sterile proselistismo. 

Un'egemonia emancipatrice non è - come si crede in alcuni circoli riduzionisti - un'imposizione rispettata felicemente o ipocritamente, ma l'interpretazione dei desideri di quel gruppo, della loro situazione nella storia di uomini creativi, e da lí avverrebbe la presa di coscienza, il carattere attivo dell'essere nel mondo. Ma prima bisogna mobilitare l'intellettuale organico.

Maradona e le sue origini.

Diego Armando Maradona veniva dal popolo. Era nato e cresciuto in un quartiere popolare e povero della periferia di Buenos Aires (Villa Fiorito) in una zona "privata". In un'intervista rilasciata alla televisione argentina, rispondendo alla domanda "quali sono le tue origini?", disse:

Sono nato e cresciuto in un quartiere privato. Privato d'acqua, di energia elettrica e di tutti i servizi basici"

Il quartiere in cui nacque e crebbe Diego Armando Maradona.

La sua famiglia di origine era molto umile ed era composta da suo padre Diego Maradona (1927 - 2015), da sua madre Dalma Salvadora "Tota" Franco (1930 - 2011) e da sette fratelli. Lui era il quinto di otto figli. Don Diego o el "Chitoro" come lo chiamavano tutti, si guadagnava il pane lavorando nell'azienda di macinazione Tritumol, dalle 4 del mattino fino alle tre del pomeriggio. In un'intervista rilasciata al Corriere dello Sport, nel giorno della scomparsa di suo padre (2 luglio del 2015) racconta:

"Mio padre ha sempre lavorato per sfamare la famiglia. È la persona più bella che abbia incontrato nella mia vita. Era un combattente, nato a Corner, nel Corrientes, dov'è stato barcaiolo. Poi con mamma si sono trasferiti a Buenos Aires a lavorare, con casa a Azamor Fiorito. Lavorava nell'azienda di macinazione Tritumol, dalle quattro del mattino fino alle tre del pomeriggio. Erano tempi difficili, eravamo otto figli. Ero già consapevole della povertà. Quando ero piccolo, mi piaceva dormire appoggiando la testa sulla pancia del mio vecchio per ascoltare il suo ton, ton, ton e io dormivo serenamente, perché sapevo che lui si sarebbe preso cura di me".

Facendo un analisi con Pierre Bourdieu, Diego Armando non aveva acquisito un gran capitale culturale. Le misere condizioni della sua classe sociale d'appartenenza non glielo permisero considerando, inoltre, che in molti paesi d'America Latina l'educazione non è considerata un diritto, bensí una mercanzia. La mancanza di un capitale culturale limita notevolmente il successo nell'ambito scolastico, cioè i benefici specifici che i bambini delle differenti classi sociali o frazione delle stesse possono ottenere dal mercato scolastico in relazione alla distribuzione del capitale culturale tra classi e frazioni di classe. Al piccolo Diego poco importava entrar a far parte della competizione nel campo scolastico. Lui aveva due desideri sin dalla sua adolescenza: 

"giocare un Mondiale di calcio e vincerlo" 

Maradona: intellettuale organico.

Diego Armando Maradona, nonostante avesse toccato il cielo e il successo non aveva mai dimenticato le sue origini e poi non se la menava, anzi. L'umiltà è sempre stato un carattere distintivo del suo essere. Il suo cuore è sempre rimasto a lato degli ultimi e li ha sempre difesi. Le sue dichiarazioni poco diplomatiche e senza esitazioni erano mirate contro il sistema, contro il potere e i potenti del calcio e della politica e mai contro i poveri, gli ultimi o gli emarginati. Nelle sue esternazioni c'era l'affermazione delle sue origini, la denuncia e la coscienza di classe. Nella Napoli povera, proletaria, periferica e sempre sconfitta trovò le condizioni favorevoli per esserne organico intellettualmente. Rivendicò la sua classe proletaria d'origine, fece rivendicazioni di classe originando dei contenuti ideologici in base alla coerenza e alla consapevolezza della classe sociale a cui si articolava. Maradona esercitava la funzione dell'intellettuale organico del proletariato napoletano, povero, sfruttato, sconfitto e bistrattato nei campi da calcio soprattutto del nord, nella vita quotidiana dai possidenti dei mezzi di produzioni. Si rese conto del fenomeno del razzismo che esisteva nel calcio e contro i napoletani e il Napoli e lo disse nel 1984 in diretta televisiva durante il programma "La domenica sportiva". Qualcne anno dopo, alla vigilia della semifinale Italia - Argentina da disputare a Napoli disse:

"Solo oggi l'Italia ha scoperto i napoletani"

Queste e tante altre dichiarazioni molto dirette e sincere non piacquero ai benpensanti da salotto, ai bigotti, ai potenti e ai razzisti, ovviamente. Ma piacquero e continuare a piacere al popolo, ai lavoratori, agli antirazzisti, ai napoletani, ai tifosi del Napoli che l'hanno amato, l'amano e continueranno ad amarlo 

Grazie DIEGO!!

viernes, 1 de mayo de 2020

Intervista ai veterani della guerra delle Malvinas.

Un conflitto dimenticato: la guerra delle Malvinas.

In Plaza de Mayo (Bueno Aires) coi veterani della Guerra delle Malvine.  

È il 1982, un anno pieno di conflitti nel mondo. In Medio Oriente lo stato d’Israele invade il Libano e massacra migliaia di rifugiati palestinese nei campi profughi di Sabra e Shatila. A guidare le operazioni è Ariel Sharon, futuro primo ministro israeliano. Nella zona mediorientale si sta consumando un altro conflitto bellico: la guerra tra l’Iraq di Saddam Hussein (appoggiato e finanziato dagli Stati Uniti) e l’Iran dell’Ayatollah Khomeini. Infine, l’URSS continua la sua avanzata in Afghanistan anche se in realtà più che un’avanzata si tratta di un vero e proprio stallo.

In quello stesso anno, come se non bastasse, si riaccende un vecchia disputa territoriale dal sapore coloniale e cioè la contesa delle isole Malvinas o Falkland nel mar atlantico argentino. A quell’epoca al potere in Argentina c’era il generale Leopoldo Galtieri (dicembre 1981 – giugno 1982) che in passato era stato assegnato per delle operazioni in Centro America per l’addestramento della guerriglia Contras contro il governo sandinista nicaraguense e per l’addestramento delle forze honduregne e salvadoregne contro la guerriglia locale. Fu un vero e proprio istruttore di tortura in queste zone del centro america. Il Generale Gualtieri e la dittatura argentina sfidano la Gran Bretagna della Margharet Teatcher, denominata "La Lady di ferro" per i suoi atteggiamenti autoritari. Il 2 aprile del 1982 cominciano le ostilità belliche. L’Argentina vuole recuperare queste isole che sono inglesi dal 1833. Dopo 72 giorni di conflitto le isole Malvinas ritornano in mano agli inglesi lasciando al suolo 649 morti argentini e 255 morti britannici. La fine delle ostilità e la perdita della guerra causarono una sollevazione popolare in Argentina che determinò la fine della dittatura militare dopo 7 anni di repressione e crisi.

L’INTERVISTA
Il 30 dicembre del 2013 mi trovavo a Buenos Aires in Plaza de Mayo nei pressi di una grande tenda montata a pochi passi dalla Casa Rosada (il palazzo presidenziale argentino). Mi avvicino alla tenda per parlare coi presenti. Così comincia la nostra conversazione.
Come ti chiami?
Mi chiamo Fernando e sono membro permanente dell’accampamento dei veterani non riconosciuti della guerra delle Malvinas. Un accampamento presente nella Plaza de Mayo di Buenos Aires da 6 anni.
Perché siete qui e cosa chiedete?
Chiediamo allo stato argentino il riconoscimento dell’identità patriottica. Siamo persone coinvolte nel conflitto dell’atlantico del sud. Siamo stati soldati che hanno combattuto per difendere la patria e la bandiera e da tempo siamo dimenticati da tutti. Siamo qui per reclamare l’onore che ci corrisponde per aver difeso la patria argentina e la nostra sovranità. Lo stato ha un debito morale nei nostri confronti e quindi noi chiediamo il riconoscimento di status di veterani di guerra del conflitto delle Malvinas.



Quando comincia il conflitto e qual è stato il vostro contributo?
Il 2 aprile del 1982 l’Argentina dichiara guerra alla Gran Bretagna e all’Irlanda del Nord occupando il territorio delle isole Malvinas. In quell’occasione furono chiamati alle armi tutti coloro della classe 1962 e una parte di quella del 1963. Il teatro delle operazioni fu il litorale patagonico argentino. Una volta sbarcati sul territorio delle Malvinas venimmo divisi in gruppi e cominciammo le operazioni di occupazione. Il mio contingente doveva aiutare la forza aerea in fase di attacco.
Come terminò la guerra?
Fu un massacro e una triste sconfitta. In totale si contarono più di 900 morti di cui 649 argentini. Diciassette compagni morirono nel continente e il resto morirono sulle isole Malvinas in azioni di combattimento contro il nemico. Oggi nella Plaza de Mayo ci sono 17 croci che ricordano i nostri compagni morti in battaglia. Durante questi anni abbiamo conosciuto centinaia e centinaia di ex soldati e siamo qui anche per loro.
L'esercito argentino non era ben preparato per il conflitto. Cosa mi dici al rispetto?
E’ proprio cosi! Noi eravamo giovani, avevamo 20 anni ed eravamo studenti di Buenos Aires e molti erano dei giovani di origine contadina che venivano da una zona che si chiama Corrientes. I nostri fucili spesso non sparavano e s’inceppavano lasciandoci senza alcuna difesa. Dall’altra parte c’era un esercito ben preparato e più professionale dotato di un armamento efficiente.
Avete cominciato questa battaglia 6 anni fa, cioè quando c’era alla presidenza Nestor Kirchner1
Prima della morte di Nestor Kirchner noi eravamo già qui. Nestor scese qui in piazza un giorno dell’anno 2007 ed in silenzio ci venne a trovare e si portò via un cappello nostro promettendoci di risolvere questo problema. Ci disse che il conflitto delle Malvinas aveva recato molta sofferenza al paese.
I veterani di guerra delle Malvinas sono stati due volte vittime.
Sì è proprio cosi! Noi siamo stati vittime di una dittatura militare durata 7 anni e vittime di un esercito straniero. Qui abbiamo sofferto una brutta dittatura. Un periodo durante il quale scomparvero migliaia di persone e molti giovani furono martirizzati.
Dopo la scomparsa di Nestor Kirchner, com’è andata avanti la vostra battaglia?
Nestor, come già ti ho detto, ci promise di risolvere il caso ma purtroppo morì. In seguito con la moglie Cristina si sono avuti dei miglioramenti nell’ambito della difesa dei diritti umani. L’argentina degli ultimi anni ha messo in campo una serie di iniziative per recuperare la memoria storica collettiva sottratta negli anni della dittatura. Noi però viviamo ancora un forte ritardo in termini legali. Non ci sono riconoscimenti legislativi e giuridici ed è per questo che siamo qui da 6 anni.
Quanti siete in questo accampamento?

In questa piazza si alternano 400 ex veterani di guerra che in modo permanente presenziano in Plaza de Mayo. Abbiamo già presentato tutta la documentazione necessaria perché si accerti la nostra partecipazione al conflitto armato. La documentazione è stata presentata al Congresso (Parlamento), ai Ministri competenti e al Governo. 



1Presidente Argentino dal 25 maggio del 2003 al 10 dicembre 2007
Ci sono settori della società civile che vi appoggiano in questa lotta e quali sono?
Si, certo! Ci sono alcune organizzazioni che nel corso degli anni ci hanno appoggiato e continuano a farlo come il Correpi (Coordinadora contra la represión policial e institucional) che è un’organizzazione che si batte per la difesa dei diritti umani. Molti forum ed altre personalità come l’attuale Papa, che quando era cardinale qui a Buenos Aires ci veniva a trovare qui in piazza. Un’ altra persona che ci appoggia da sempre è Adolfo Perez Esquivel (Premio Nobel per la pace nel 1980). Queste personalità ci danno maggiore credibilità e sostegno. Un altro gruppo che ci appoggia è l’Arac di Francia. Quest'ultima si occupa di reclami di ex soldati di guerra che non vengono riconosciuti tali. Dalla Francia hanno inviato una serie di richieste allo stato argentino ma non hanno ancora ricevuto nessuna risposta.

Gli anni passano e noi non vogliamo assolutamente che tutto questo venga abbandonato. Nel frattempo abbiamo perso 9 compagni che sono morti in questi anni. Lo Stato deve dare una risposta alla società e deve darci un’identità.

Pubblicato in:
https://quitolatino.wordpress.com/2014/01/07/intervista-ai-reduci-della-guerra-delle-malvinas/