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domingo, 15 de marzo de 2026
Brasile, Messico e Colombia dicono no alla guerra in Medio Oriente
miércoles, 30 de marzo de 2022
El activista napolitano Antonio Perillo: «El Donbass, encrucijada del conflitto. Europa no ha hecho nada para superar las discriminaciones con la diplomacia»
El activista napolitano Antonio Perillo: «El Donbass, encrucijada del conflitto. Europa no ha hecho nada para superar las discriminaciones con la diplomacia» 1 parte
de Daniele Maffione (Traducción de Davide Matrone)
Las razones del conflicto entre Rusia y Ucrania. Hablamos de ello con Antonio Perillo un activista napolitano de la "Caravana Antifascista por el Donbass". Esta experiencia de solidaridad italiana, nacida desde abajo en 2014, se añadió al día siguiente de los hechos de Plaza Maidán. Gracias a varios viajes realizados en las regiones del este del país, la Caravana pudo llevar ayuda humanitaria a poblaciones agotadas por la guerra civil, denunciando los abusos cometidos por el gobierno de Kiev y el papel que juegan la Unión Europea y Estados Unidos de América, que han favorecido la degeneración del conflicto.
¿Qué pasó en Ucrania en 2014? Una serie de nudos que se habían entrelazado en años anteriores en una zona fronteriza de Europa han llegado a un punto crítico. "Ucrania" en realidad significa tierra fronteriza. Tras la caída de la URSS, este país se ha convertido en un terreno de discordia entre Rusia y el campo político occidental. Ya en 2005, la presidencia de Viktor Juščenko se volvió hacia una orientación más pro-Europa, apoyada por una primera serie de manifestaciones callejeras. Sin embargo, no logró forjar lazos económicos con la Unión Europea. Luego, en 2010, fue elegido Victor Yanukovyč, quien trató de buscar una posición de neutralidad entre Rusia y las potencias occidentales. En 2014, la crisis estalló precisamente porque Janukovyč anunció que quería suspender las conversaciones con la Unión Europea.
¿Por qué lo hizo? La Unión Europea había pedido a Ucrania una serie de reformas económicas muy estrictas. Yanukovyč declaró, que algunas de las medidas solicitadas, incluida la liberalización del mercado de la energía, en particular del sector del gas, provocarían, a corto y mediano plazo, un aumento del combustible y del costo de vida de los ucranianos. Al contrario de lo que se dijo más tarde, Yanukovyč no era un títere de Putin. Cabe recordar que fue recibido con todos los honores por los principales gobiernos europeos, hasta que puso pie firme en las reformas ultraliberales solicitadas por la Unión Europea. Pocos días después comenzaron las manifestaciones en Kiev, en la plaza Maidan y otros lugares. Estas protestas, inicialmente protagonizadas por estudiantes, pedían la continuación de las negociaciones y la pertenencia a un campo económico más occidental. La crisis se agravó en los meses siguientes. La primera violencia ocurrió alrededor de la Navidad de 2013, pero en realidad degeneró en enero-febrero de 2014, donde se registraron más episodios violentos.
¿Qué cambió en algún momento? Las primeras movilizaciones fueron muy grandes, pero sustancialmente no registraron grandes enfrentamientos entre los manifestantes y la policía. El propio presidente Yanukovyč, al tomar nota de la participación en la plaza, dijo que estaba dispuesto a dialogar, reuniéndose con la principal oposición. Esto realmente sucedió el 21 de febrero de 2014, cuando Yanukovyč se reunió con los líderes de la protesta, incluidos Vitaly Klichko de UDAR (Alianza Democrática Ucraniana para la Reforma), Oleh Tjahnybok de Svoboda, ambas formaciones declaradamente ultranacionalistas y antisemitas, en presencia de los ministros de asuntos exteriores de Alemania, Francia, Polonia, así como un enviado de la Federación Rusa. Todos ellos entraron en una negociación, que preveía la vuelta a la Constitución de 2004, cuya base era una disminución de los poderes presidenciales. A pesar de ello, a pocos días se produjo un recrudecimiento de los enfrentamientos callejeros. En febrero, hubo numerosos asesinatos de manifestantes y miembros de la policía pertenecientes a los departamentos antidisturbios. Estos asesinatos fueron llevados a cabo por francotiradores. El gobierno ucraniano no estaba preparado para esta situación y no pudo soporta la indignación que se suscitó. La crisis estalló y resultó en un verdadero golpe de estado. El presidente se mudó de Kiev a Kharkov, mientras que la sede del gobierno y su casa privada estaban ocupadas. Los golpistas tomaron el control de la capital. Yanukovyč optó por abandonar el país y pidió asilo político a Rusia.
Primo piano/L'attivista napoletano Antonio Perillo: «Il Donbass, crocevia del conflitto. L'Europa non ha fatto nulla per superare le discriminazioni con la diplomazia» - il mondo di suk
domingo, 15 de agosto de 2021
Così ho visto morire Kabul
L'ultimo articolo di Gino Strada pubblicato su LA STAMPA
Così ho visto morire Kabul
Si parla molto di Afghanistan in questi giorni, dopo anni di coprifuoco mediatico. È difficile ignorare la notizia diffusa ieri: i talebani hanno conquistato anche Lashkar Gah e avanzano molto velocemente, le ambasciate evacuano il loro personale, si teme per l’aeroporto. Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino - meglio: che siano sempre mancate - entrambe. La guerra all’Afghanistan è stata - né più né meno - una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali.
Il Consiglio di Sicurezza - unico organismo internazionale che ha il diritto di ricorrere all’uso della forza - era intervenuto il giorno dopo l’attentato con la risoluzione numero 1368, ma venne ignorato: gli Usa procedettero con una iniziativa militare autonoma (e quindi nella totale illegalità internazionale) perché la decisione di attaccare militarmente e di occupare l’Afghanistan era stata presa nell’autunno del 2000 già dall’Amministrazione Clinton, come si leggeva all’epoca sui giornali pakistani e come suggerisce la tempistica dell’intervento. Il 7 ottobre 2001 l’aviazione Usa diede il via ai bombardamenti aerei.
Ufficialmente l’Afghanistan veniva attaccato perché forniva ospitalità e supporto alla “guerra santa” anti-Usa di Osama bin Laden. Così la “guerra al terrorismo” diventò di fatto la guerra per l’eliminazione del regime talebano al potere dal settembre 1996, dopo che per almeno due anni gli Stati Uniti avevano “trattato” per trovare un accordo con i talebani stessi: il riconoscimento formale e il sostegno economico al regime di Kabul in cambio del controllo delle multinazionali Usa del petrolio sui futuri oleodotti e gasdotti dall’Asia centrale fino al mare, cioè al Pakistan. Ed era innanzitutto il Pakistan (insieme a molti Paesi del Golfo) che aveva dato vita, equipaggiato e finanziato i talebani a partire dal 1994.
Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei parlamentari italiani approvò una risoluzione a favore della guerra. Chi allora si opponeva alla partecipazione dell’Italia alla missione militare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella nel migliore dei casi. Invito qualche volonteroso a fare questa ricerca sui giornali di allora perché sarebbe educativo per tutti. L’intervento della coalizione internazionale si tradusse, nei primi tre mesi del 2001, solo a Kabul e dintorni, in un numero vittime civili superiore agli attentati di New York.
Nei mesi e negli anni successivi le informazioni sulle vittime sono diventate più incerte: secondo Costs of War della Brown University, circa 241 mila persone sono state vittime dirette della guerra e altre centinaia di migliaia sono morte a causa della fame, delle malattie e della mancanza di servizi essenziali. Solo nell’ultimo decennio, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) ha registrato almeno 28.866 bambini morti o feriti. E sono numeri certamente sottostimati.
Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa. E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme.
Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,5 miliardi di Euro. Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe. Ci sono delle persone che in quel Paese distrutto cercano ancora di tutelare i diritti essenziali. Ad esempio, gli ospedali e lo staff di Emergency - pieni di feriti - continuano a lavorare in mezzo ai combattimenti, correndo anche dei rischi per la propria incolumità: non posso scrivere di Afghanistan senza pensare prima di tutto a loro e agli afghani che stanno soffrendo in questo momento, veri “eroi di guerra”.
PUBBLICATO SU:
https://www.lastampa.it/topnews/lettere-e-idee/2021/08/13/news/cosi-ho-visto-morire-kabul-1.40594569



