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lunes, 4 de mayo de 2020

Il ricordo della casa del "Che" a Guayaquil


Las Peñas ancora oggi, insieme a Cerro Santana, é il quartiere “aristocratico” della città di Guayaquil. Infatti questi due settori della cittá, hanno dato ben cinque Presidenti della Repubblica Ecuadoriana (Alfredo Palacio, Gustavo Noboa, Abdalà Jaime Bucaram, Léon Febres Cordero e Osvaldo Hurtado) e continuano ad essere due centri importanti della vita sociale e politica della città costiera.

Il quartiere Las Peñas a Guayaquil

Qui, passeggiando per le strade variopinte del centro storico, ti accorgi che la realtà è ben diversa da quella della capitale. Guayaquil è la seconda città dell’Ecuador ma è la prima se si parla di finanza e commercio. Qui le lobby economiche e politiche influenzano molto la scelta dei candidati della Presidenza della Repubblica dell’Ecuador. 
Guayaquil e Quito rappresentano le due facce dello stesso paese. La prima calda e umida che conserva un ambiente molto simile ai caraibi, la seconda manifesta la sua natura andina selvatica e dirompente. La prima, capitale finanziaria ed economica del Paese, la seconda rappresenta il centro politico ed amministrativo. In questo Paese dalle differenti realtà cosi vicine e promiscue, un giorno di oltre cinquant’anni fa giunse Ernesto Guevara de la Serna.
Nell’ottobre del 1953 Ernesto Guevara, durante il suo secondo viaggio in America Latina con l’amico Carlos Ferrer, raggiunge la città ecuadoriana di Guayaquil. Qui, nel quartiere di Las Peñas, incontra l’avvocato Ricardo Rojo, un esule argentino che grazie ad una rocambolesca fuga riuscì a rifugiarsi nell’ambasciata del Guatemala di Buenos Aires e riuscì così ad arrivare sano e salvo in Ecuador, nella città di Guayaquil. L’incontro tra Rojo e Guevara risulterà molto produttivo e ispirerà quest’ultimo a partire per il Guatemala. Ricardo Rojo racconterà al giovane medico argentino, della straordinaria esperienza del Presidente guatemalteco Jacobo Árbenz che con coraggio stava sfidando la prepotenza della multinazionale bananera United Fruit Company. Dopo essere stato eletto, Árbenz tentò di nazionalizzare la suddetta multinazionale bananera, una compagnia situata negli Stati uniti che controllava gran parte del terreno agricolo della nazione. In base alla legge internazionale, dev' essere concesso un giusto compenso per le proprietà straniere nazionalizzate. Venne calcolata una cifra di 600 mila dollari, sulla base del valore sottostimato dei terreni che la United Fruit Company (Ufc) aveva dichiarato per non pagare le tasse e che la compagnia, ovviamente, non ritenne sufficiente. Alla fine la riforma agraria attuata da Arbenz consentì ai contadini guatemaltechi di ricevere dallo stato ben 200 mila acri di terreno.
Jacobo Árbenz - Presidente del Guatemala (1951 - 1954)
Ernesto Guevara, affascinato da questo atto di coraggio, non esiterà molto ad andare in Centroamerica in compagnia di Ricardo Rojo. I due raggiungeranno il Guatemala, via Panama, qualche mese dopo. In Guatemala Ernesto conoscerà la sua prima futura moglie, la peruviana Hilda Gadea che lo metterà in contatto con un nucleo di rivoluzionari cubani. Questo viaggio in Guatemala rappresenterà una tappa fondamentale per la crescita rivoluzionaria dell’argentino Guevara e sarà oggetto di discussione tra i leader della rivoluzione cubana in merito alle scelte politiche da realizzare i primi anni della Rivoluzione. Infatti uno dei primi atti del nuovo Governo Rivoluzionario Cubano sarà proprio la riforma agraria, che s’ispirerà molto a quella guatemalteca del Presidente Arbenz, nel frattempo destituito con un colpo di stato della Cia nel 1954.
Nell’incontro dell’Alba dell’aprile 2009 in Venezuela, il Presidente della Repubblica di Cuba Raùl Castro ci tenne a dire, in merito a questo fatto: “Il 17 maggio 1959, si approvò la prima Legge di Riforma Agraria nel nostro paese; la legge più importante dopo la vittoria della Rivoluzione, fino a quel momento. Per me quello è stato il nostro Rubicone; passarlo significò la condanna a morte della Rivoluzione Cubana da parte di quelli che decisero sette anni prima l’invasione del Guatemala, della United Fruit Company – di cui Foster Dulles era l’avvocato- quella che a Cuba fu la United Sugar Company che subì l’impatto della riforma agraria”.
Quando Ernesto Guevara giunse a Guayaquil, alla fine del 1953, trascorse due mesi nell’esotico quartiere di Las Peñas, soggiornando in una modesta casa color pomodoro nei pressi del piccolo parco pubblico. Nel quartiere di Las Peñas viveva anche la famiglia Aviles, un modesto nucleo familiare di impiegati pubblici. Il figlio Polo Aviles, di 24 anni, con grande entusiasmo stava iniziando la sua carriera nella marina militare ecuadoriana. Il Che visse proprio di fronte alla finestra della famiglia Aviles e oggi, a raccontare del passaggio di questo giovane medico argentino c’è il signor Polo che conserva ancora una foto in bianco e nero della “casa del Che” come la chiamano qui nel quartiere. Non è stato facile trovare la casa. All’inizio pareva quasi una leggenda, di quelle leggende metropolitane fatte per rafforzare l’identità di un luogo.
La casa del Che Guevara a Guayaquil

E a dare lustro al quartiere di Las Peñas forse non bastavano i cinque presidenti. Forse ci voleva qualcosa in più, come il passaggio di un personaggio di importanza internazionale per aumentare l’aura della zona, quindi la figura del Che era perfetta. Ma le voci erano tante, e dunque, anche per una smentita era importante partire alla ricerca sella famosa casa. In giro qualcuno mi guardava incredulo e accennava un sorriso. Le persone più anziane mi raccontavano di questa presenza nel quartiere di qualche tempo fa. Mi menzionavano una casa color pomodoro e un museo. Non riuscivo a capire il nesso. Alla fine, la costanza è stata premiata ed ecco apparire la casa color pomodoro, oggi sede di una casa museo di quadri d’arte moderna e contemporanea. Proprio all’ingresso mi si avvicina un signore, che si presenta come Luis. E’ un artista, un pittore, conferma che questa è stata la casa del "Che" e mi racconta che nel quartiere quasi tutti conoscono la storia. Dopo un momento di pausa, riprende a parlarmi ed aggiunge: “La municipalità non ha fatto niente per recuperare la memoria storica di questo luogo, anzi ha sempre ostacolato qualsiasi iniziativa in tal senso. Qualche anno fa nel quartiere è nato un comitato promotore per dar vita ad un museo del Che, ma poi non si è fatto più nulla. Ora, con la nuova amministrazione di destra, è ancora più difficile riprendere questo lavoro. Ogni tanto giunge qualche giornalista straniero per dei reportage, ma non c’è altro. Chi, indirettamente, realizza un lavoro di recupero storico di questo luogo siamo proprio noi che lavoriamo qui. In realtà la casa in cui ha abitato Ernesto Guevara non è questa, bensì quella dove attualmente abbiamo un modesto magazzino in cui riponiamo i nostri strumenti e il materiale necessario a lavorare. Oggi ha un altro aspetto rispetto al passato”. Mentre il signor Luis continua la descrizione raggiungiamo il magazzino. È pieno di luce, con la finestra che si affaccia sul cortile e da cui se ne vede un’altra, quella di casa Aviles. “E’ proprio di fronte, e per saperne di più sul Che, meglio rivolgersi a Polo Aviles, che ai tempi era il suo dirimpettaio”. Detto fatto. Luis sostiene che in quartiere lo conoscono tutti, così parto verso una tiendita (un negozietto) dove per pochi centesimi si acquistano degli squisiti succhi di frutta tropicale.
Chiedo del signor Polo e della casa del "Che"; mi sorridono come a farmi intendere che non sono il primo a fare ricerche su questa casa. Si alzano in due e mi indicano dove poter incontrare il signor Polo. Ancor prima di salutarli aggiungono :”El abuelito (il nonnino) è sempre affacciato alla finestra, passa la sua giornata praticamente lì e, mi raccomando quando chiedi qualcosa, avvicinati perchè è sordo”.
Ringrazio e dopo alcuni metri di ricerca lo trovo alla finestra del suo modesto appartamento, come mi era stato già detto. Mi vede arrivare con una macchina fotografica e un quadernino dove appuntare le informazioni. Per lui sono già un giornalista televisivo, così mi chiede a quale televisione appartengo, ma io gli rispondo semplicemente che sono affascinato dalla storia di questa casa nel quartiere. Dopo questo breve approccio mi accorgo che si avvicina per ascoltare meglio ciò che dico. Il suo sorriso cordiale mi dà fiducia e m’invita ad entrare a casa sua.
Giunto nel bellissimo patio coloniale della sua dimora cominciamo a chiacchierare. Polo, non appena gli chiedo del Che, si alza e con passo lento ma deciso va a prendere alcune foto che custodisce in una piccola scatola di latta, dove probabilmente qualche tempo fa vi erano dei biscotti. Prende la prima foto ingiallita, ma ancora nitida, e inizia il suo racconto: “Ernesto Guevara viveva qui di fronte, in questa casa color pomodoro dove oggi si espongono dei quadri. Di fianco, come vedi, c’è un piccolo parco pubblico con alcune panchine. Allora le panchine non c’erano. Lì Ernesto si sdraiava a terra, con il viso rivolto al cielo, con le gambe incrociate e restava ore ed ore a leggere tranquillamente. La sua presenza seppur silenziosa era molto comunicativa. Nel quartiere non passava inosservato, in quanto qui ci si conosceva tutti e questo bel ragazzotto suscitava interesse soprattutto tra le ragazze, ossia tra le nostre amiche. Ricordo un particolare interessante. Lui tutti i giorni andava a far visita ad una famiglia argentina che viveva qui in zona. Una famiglia molto conosciuta e rispettata, tra l’altro. A dire il vero allora non ricordavo il cognome di questi argentini e purtroppo col tempo è divenuto ancor più difficile. Si sapeva poco di questa famiglia, era molto riservata. In giro non si sapeva molto di questo ragazzo, lo chiamavano semplicemente l’argentino. Solo dopo alcune settimane seppi del nome Ernesto”.
E Polo, prosegue: “Non so se riesci a immaginare cosa abbiamo provato quando alcuni anni dopo lo abbiamo visto sui giornali e alla televisione. Sto parlando della vittoria della rivoluzione cubana, sei anni dopo. E’ stato un fatto impressionante. Una vera sorpresa il rivedere quel ragazzo silenzioso tutto intento nelle sue letture trasformato in un effervescente rivoluzionario. A parlarne mi viene ancora la pelle d’oca”.

Nel frattempo all’esterno della finestra si avvicinano dei ragazzi incuriositi della mia presenza che vogliono ascoltare la conversazione. Evidentemente non tutti conoscono la storia del Che in Ecuador e cosi ne approfittano per saperne di più. A loro si aggiungono altre persone, tra cui una dottoressa che coglie l’occasione per intervenire e dire la sua. “Anch’ io ricordo di questo ragazzo qui nel quartiere. Allora avevo 16 anni, ero più piccola del signor Polo, ma mi ricordo bene del “Che”. Quando passavo di qui con le mie amiche notavamo sempre questo bel giovane impegnato a conversare con alcune persone della zona. A dire la verità, passavano di qui anche quando non era necessario. Ma non sapevamo molto su di lui. Sentimmo parlare del Che solo alcuni anni dopo, quando nel 1959 ci fu la rivoluzione a Cuba. Qui nel quartiere iniziò a circolare la leggenda del giovane che leggeva nel parco come il rivoluzionario d’America Latina. Quando si sono viste le foto abbiamo capito che non era una favola, ma era la realtà”. La signora Livia, oggi dottoressa dell’ambulatorio del quartiere, aggiunge: “Non sono mai stata a favore del socialismo, ma che uomo incredibile fu il Che! E’ impossibile non ammirarlo”. Questa breve chiacchierata è l’occasione per continuare a stimolare la conversazione con il signor Polo che continua a narrare la sua testimonianza: ”Quando entrai a far parte della marina militare ecuadoriana, a 24 anni, era il 1955 e qui nel continente c’era un’aria pesante. Nell’esercito c’era una rigida disciplina e un indottrinamento inimmaginabili per chi non li ha provati. Il pericolo e il nemico principale da combattere erano rappresentati dai ‘rossi’. La guerra fredda cominciava il suo corso. Devo confessare che quell’atmosfera mi ha aiutato ad avere più coscienza di ciò che stava accadendo nel continente da un punto di vista politico. Prima non avevo assolutamente interesse per questa tematica. E cosi, quando giunse il 1 gennaio del 1959 con la vittoria della Rivoluzione Cubana, nel nostro ambiente non si parlava d’altro. Cosi mi ricordo del Che, di questa figura che su di un carro entrava vittorioso nella capitale cubana. I nostri superiori ci dicevano che quanto era accaduto a Cuba, sarebbe risultato un fuoco di paglia. Hanno peccato d’analisi politica e di lungimiranza. Quel fuoco di paglia, nel frattempo, è diventato un fuoco ardente che è divampato in tutto il continente”. Il sorriso tenero del signor Polo mi accompagna alla porta.
Lascio il suo appartamento e mi dirigo al parco per vivere solitariamente questo luogo cosi silenzioso e pieno di vita dove lui si sdraiava a terra per leggere con lo sguardo verso il cielo. Mi viene in mente una foto del Che ad un balcone di Buenos Aires nel 1948. In quella foto il ventenne Ernesto rivolge il suo sguardo intelligente al cielo, lo stesso descritto dagli abitanti del quartiere di Las Peñas che non hanno dimenticano quel bel ragazzotto silenzioso e perso nelle sue letture.

di Davide Matrone
Guayaquil, marzo 2010
pubblicato in:

sábado, 2 de mayo de 2020

Entrevista a Yanara Guayasamín.

Cuba, el valor de una utopía

Me encuentro con Yanara Guayasamín en su despacho, en una templada tarde primaveral a finales de abril. Es un jueves de mucho fermento, rico de citas y entrevistas con los diferentes periódicos del país. Desde el pasado 30 de abril en las salas de cine quiteñas se proyecta el último trabajo de Yanara Guayasamin, intitulado “Cuba, el valor de una utopía”.
El documental ha ganado en el 2006 el Premio a las Producciones en Marcha en el Festival de Cine Iberoamericano Cero Latitud, y en el 2007 obtuvo el premio a la distribución en el concurso organizado por el CNC (Consejo Nacional del Cine) del Ecuador.
Después de haber sido nombrado, en diciembre del 2007, por el IDFA Doc Fest de Ámsterdam como uno de los mejores veinte documentales en la historia del mismo festival, el documental de Yanara ha ganado el favor del público y de la crítica. Esto le permitió ser visto en muchos países de todo el mundo, Corea del Sur, Reino Unido, Serbia, Holanda y Alemania entre otros.
Además, el documental será distribuido en Estados Unidos y Canadá por la Esperanza Films, mientras que la Doc and co. será responsable por la distribución en Europa y demás países.
El primer documental de Yanara Guayasamin, “De cuando la muerte nos visitó”, ganó el premio SIGNIS por la Post-Producción, otorgado por la Asociación Católica Mundial por la Comunicación (OCIC). Su primer largometraje fue apreciado por la crítica y seleccionado en diferentes festivales de cine, como los de Chile, Colombia, Ecuador, España, Panamá, Perú; en Nueva York recibió el premio “Manzana de Plata” de la CinemaFe.
“Cuba, el valor de una utopía” está protagonizado por un poeta, un pintor, una cantante, y  incluso cuenta con la presencia de Fidel Castro; ellos hacen revivir la Revolución Cubana con sus testimonios, sus deseos, los sueños que se realizaron y los que fracasaron.
¿Qué tienen para contarnos lo testigos sobrevivientes de aquella lucha feroz? Sus vidas, sus disputas, sus sueños y sus memorias construyen el retrato vivido por toda una generación y por su líder.
Su trabajo y las experiencias que vivió constituyen la pasión de Yanara, como me doy cuenta por la intensidad que anima sus historias. Me cuenta sobre sus viajes a Venecia y del encanto que dicha ciudad le trasmite, habla sobre Italia y su cultura, el cine italiano de Federico Fellini y Vittorio de Sica.
Y fue así como comenzamos un recurrido por las etapas de su documental, cuyo principio remonta  a 15 años atrás, el  1992, en pleno Periodo Especial.
¿Cómo y cuándo nació tu proyecto cinematográfico?
Mi generación ha sido marcada por la Revolución Cubana. Me acuerdo que cuando iba al colegio, allá circulaba material sobre la campaña de alfabetización que se desarrolló en Cuba en los años 60; para nosotros aquel material constituía la prueba de lo importante que era el proceso revolucionario. De hecho, en aquel entonces, las únicas referencias de carácter social eran las que nos llegaban desde Cuba.
Cuando estuve por primera vez en Cuba era el 1992, en pleno Periodo Social, lo que me dio  la oportunidad  de darme cuenta de / ver las enormes contradicciones sociales y económicas que el Ecuador vivía en aquel tiempo. Aquella realidad me llamó tanto la atención que quise investigarla, entenderla, analizarla de forma mejor y desde adentro. Al volver a Ecuador, retomé mis estudios en la universidad pero, también así, Cuba seguía presente a través de mi trabajo de grado intitulado “Todos los Tiempos”.
Cuba representaba metafóricamente todas las épocas. Era como vivir en los años 50 pero de forma moderna y aquella sensación me encantaba. Es como dibujar sobre un pañuelo dos puntos distantes uno del otro, que se juntan cuando el pañuelo se dobla; de la misma manera entendía yo aquella relación espacio-temporal.
A la misma época pertenece el recuerdo de una poesía de mi madre, una persona que me  influenció mucho. Todavía resuena en mi cabeza, decía más o menos así: “¿Comiste bien? ¿Bebiste bien? ¿A costa de qué? ¿A costa de quien? La revolución comienza en casa”.
Regresé nuevamente a Cuba, diez veces, y empecé a grabar en video todo lo que me impresionaba y me llamaba la atención. Un trabajo largo y apasionante. Este documental forma parte de una trilogía cuyo tema central es la utopía.
Las tres partes tienen un perfil distinto entre ellas. La primera, “Genesis”, analiza la reacción de los cubanos a la nueva realidad en la cual tienen que vivir, la segunda trata sobre cómo haya sido forjada esa misma realidad y la tercera se enfrenta al tema de la actitud de las nuevas generaciones.

¿Dónde y cómo encontraste los personajes de tu documental?
La primera persona que filmé ha sido Félix, durante una fría noche invernal del 1989, en Bélgica. Yo asistía a un recital de poesía donde él estaba leyendo sus poemas. Su figura me impresionó mucho aunque entonces no me imaginaba que se convertiría en el protagonista de mi primer documental. Aún no lo conocía, pero lo invitamos a cenar y así nació nuestra relación humana y profesional.
Unos años después, visité Cuba por primera vez y fue después de vivir en aquella realidad que empecé a organizar la obra y la estructura de mi trabajo.
La primera parte quise relacionarla con los hechos históricos que habían pasado, y sus desarrollos en los años 90. Ha sido un trabajo de continua búsqueda por los detalles y elementos. Otro personaje que me impresionó, para mí de mucho interés, es Marta Cardona, cantante y enseñante de canto. Se trata de una mujer que ha vivido sus miedos juveniles relacionados con la actividad clandestina del padre y sus sueños realizados con la Revolución.
Al ver el documental me di cuenta de que tus personajes están relacionados con el mundo de la cultura y, a través de diferentes formas artísticas, buscan valorar un nuevo mundo posible.
Hay una frase de Fidel Castro pronunciada al llegar a La Habana, desde el balcón del palacio presidencial, “esta revolución y este histórico hecho serán recordados por la participación de  los poetas, escritores y artistas…”. La cultura constituye un elemento fundamental de la Revolución Cubana; cuando conocí el desarrollo cultural de los 70 en Cuba, me impresionó la manera nueva como se desenvolvía.
Todo lo que se ha vivido y se vive en Cuba tuvo lugar a través del arte y de los artistas que crearon nuevas formas de vida y obras originales.
La revolución cultural ha sido parte de la formación de la ciudadanía en el país pero, y a pesar de eso, creo que no es un tema sobre el cual la gente habla mucho. Se habla sobre instrucción, salud, pero la cultura no logra tener el espacio que merece, a pesar de ser elemento unificador de la sociedad cubana.
En el título del documental, resalta el concepto de utopía. ¿Qué significado das a este término?
Es una palabra con diferentes interpretaciones. Se me viene a la cabeza la idea, elaborada por Tomas Moro, de una imaginaria isla – reino, imperfecto y poblado por una sociedad ideal. Su idea de utopía expresa el sueño del Renacimiento por una sociedad pacifica en donde la cultura sea dominante y regule la vida de la gente.
Creo que Cuba y esta isla tienen una fuerte relación. Un lugar aislado que ha logrado un progreso social extraordinario. La utopía puede ser pensada, en el caso de Cuba, como la posibilidad de un país que se enfrenta a un imperio. Una realidad en donde el pueblo tiene otro derechos, entre los cuales el derecho a la autodeterminación.
La semilla brotada por Cuba por el mundo ha llegado hasta aquí a través de las diferentes figuras profesionales y culturales, como los músicos cubanos que están educando a una generación de músicos, o los doctores que educan a otros médicos. Se trata de una semilla que sigue expandiéndose por todo el mundo. La capacidad de atracción de la isla, además, genera una curiosidad por estudiar y educarse allá. Yo, por ejemplo, todavía tengo cuatro amigos que juntos con otros dos, se fueron allá a estudiar cine y al final terminaron  quedándose para vivir.
 ¿Cuál es el sueño de Yanara?
Estoy bien consciente de que el desarrollo del cine documental en Ecuador es mínimo, no hay mucho interés y aun menos visibilidad.
Mi sueño es realizar en mi país una escuela popular de cine, estructurada en dos partes, una de tipo popular y la otra de especialización. La una complementa la otra.
La segunda hay que realizarla a través de seminarios profesionales con la participación de profesionales de todo el mundo de diferentes puntos de vista, actitudes y escuelas.
Hace años participé en un congreso de documentalistas latinoamericanos, entre los cuales muchos egresados de la Escuela Popular San Antonio de los Baños de Cuba. Ya tengo unos contactos con algunos de ellos que hicieron documentales, cada uno en su propio campo, como la pedagogía.
Quisiera reunir todas estas experiencias en una escuela popular moderna, revolucionando el concepto de cine y cambiando el lenguaje cinematográfico.

Entrevista realizada en el año 2012 en la ciudad de Quito.
Publicado en:

viernes, 1 de mayo de 2020

Intervista ai veterani della guerra delle Malvinas.

Un conflitto dimenticato: la guerra delle Malvinas.

In Plaza de Mayo (Bueno Aires) coi veterani della Guerra delle Malvine.  

È il 1982, un anno pieno di conflitti nel mondo. In Medio Oriente lo stato d’Israele invade il Libano e massacra migliaia di rifugiati palestinese nei campi profughi di Sabra e Shatila. A guidare le operazioni è Ariel Sharon, futuro primo ministro israeliano. Nella zona mediorientale si sta consumando un altro conflitto bellico: la guerra tra l’Iraq di Saddam Hussein (appoggiato e finanziato dagli Stati Uniti) e l’Iran dell’Ayatollah Khomeini. Infine, l’URSS continua la sua avanzata in Afghanistan anche se in realtà più che un’avanzata si tratta di un vero e proprio stallo.

In quello stesso anno, come se non bastasse, si riaccende un vecchia disputa territoriale dal sapore coloniale e cioè la contesa delle isole Malvinas o Falkland nel mar atlantico argentino. A quell’epoca al potere in Argentina c’era il generale Leopoldo Galtieri (dicembre 1981 – giugno 1982) che in passato era stato assegnato per delle operazioni in Centro America per l’addestramento della guerriglia Contras contro il governo sandinista nicaraguense e per l’addestramento delle forze honduregne e salvadoregne contro la guerriglia locale. Fu un vero e proprio istruttore di tortura in queste zone del centro america. Il Generale Gualtieri e la dittatura argentina sfidano la Gran Bretagna della Margharet Teatcher, denominata "La Lady di ferro" per i suoi atteggiamenti autoritari. Il 2 aprile del 1982 cominciano le ostilità belliche. L’Argentina vuole recuperare queste isole che sono inglesi dal 1833. Dopo 72 giorni di conflitto le isole Malvinas ritornano in mano agli inglesi lasciando al suolo 649 morti argentini e 255 morti britannici. La fine delle ostilità e la perdita della guerra causarono una sollevazione popolare in Argentina che determinò la fine della dittatura militare dopo 7 anni di repressione e crisi.

L’INTERVISTA
Il 30 dicembre del 2013 mi trovavo a Buenos Aires in Plaza de Mayo nei pressi di una grande tenda montata a pochi passi dalla Casa Rosada (il palazzo presidenziale argentino). Mi avvicino alla tenda per parlare coi presenti. Così comincia la nostra conversazione.
Come ti chiami?
Mi chiamo Fernando e sono membro permanente dell’accampamento dei veterani non riconosciuti della guerra delle Malvinas. Un accampamento presente nella Plaza de Mayo di Buenos Aires da 6 anni.
Perché siete qui e cosa chiedete?
Chiediamo allo stato argentino il riconoscimento dell’identità patriottica. Siamo persone coinvolte nel conflitto dell’atlantico del sud. Siamo stati soldati che hanno combattuto per difendere la patria e la bandiera e da tempo siamo dimenticati da tutti. Siamo qui per reclamare l’onore che ci corrisponde per aver difeso la patria argentina e la nostra sovranità. Lo stato ha un debito morale nei nostri confronti e quindi noi chiediamo il riconoscimento di status di veterani di guerra del conflitto delle Malvinas.



Quando comincia il conflitto e qual è stato il vostro contributo?
Il 2 aprile del 1982 l’Argentina dichiara guerra alla Gran Bretagna e all’Irlanda del Nord occupando il territorio delle isole Malvinas. In quell’occasione furono chiamati alle armi tutti coloro della classe 1962 e una parte di quella del 1963. Il teatro delle operazioni fu il litorale patagonico argentino. Una volta sbarcati sul territorio delle Malvinas venimmo divisi in gruppi e cominciammo le operazioni di occupazione. Il mio contingente doveva aiutare la forza aerea in fase di attacco.
Come terminò la guerra?
Fu un massacro e una triste sconfitta. In totale si contarono più di 900 morti di cui 649 argentini. Diciassette compagni morirono nel continente e il resto morirono sulle isole Malvinas in azioni di combattimento contro il nemico. Oggi nella Plaza de Mayo ci sono 17 croci che ricordano i nostri compagni morti in battaglia. Durante questi anni abbiamo conosciuto centinaia e centinaia di ex soldati e siamo qui anche per loro.
L'esercito argentino non era ben preparato per il conflitto. Cosa mi dici al rispetto?
E’ proprio cosi! Noi eravamo giovani, avevamo 20 anni ed eravamo studenti di Buenos Aires e molti erano dei giovani di origine contadina che venivano da una zona che si chiama Corrientes. I nostri fucili spesso non sparavano e s’inceppavano lasciandoci senza alcuna difesa. Dall’altra parte c’era un esercito ben preparato e più professionale dotato di un armamento efficiente.
Avete cominciato questa battaglia 6 anni fa, cioè quando c’era alla presidenza Nestor Kirchner1
Prima della morte di Nestor Kirchner noi eravamo già qui. Nestor scese qui in piazza un giorno dell’anno 2007 ed in silenzio ci venne a trovare e si portò via un cappello nostro promettendoci di risolvere questo problema. Ci disse che il conflitto delle Malvinas aveva recato molta sofferenza al paese.
I veterani di guerra delle Malvinas sono stati due volte vittime.
Sì è proprio cosi! Noi siamo stati vittime di una dittatura militare durata 7 anni e vittime di un esercito straniero. Qui abbiamo sofferto una brutta dittatura. Un periodo durante il quale scomparvero migliaia di persone e molti giovani furono martirizzati.
Dopo la scomparsa di Nestor Kirchner, com’è andata avanti la vostra battaglia?
Nestor, come già ti ho detto, ci promise di risolvere il caso ma purtroppo morì. In seguito con la moglie Cristina si sono avuti dei miglioramenti nell’ambito della difesa dei diritti umani. L’argentina degli ultimi anni ha messo in campo una serie di iniziative per recuperare la memoria storica collettiva sottratta negli anni della dittatura. Noi però viviamo ancora un forte ritardo in termini legali. Non ci sono riconoscimenti legislativi e giuridici ed è per questo che siamo qui da 6 anni.
Quanti siete in questo accampamento?

In questa piazza si alternano 400 ex veterani di guerra che in modo permanente presenziano in Plaza de Mayo. Abbiamo già presentato tutta la documentazione necessaria perché si accerti la nostra partecipazione al conflitto armato. La documentazione è stata presentata al Congresso (Parlamento), ai Ministri competenti e al Governo. 



1Presidente Argentino dal 25 maggio del 2003 al 10 dicembre 2007
Ci sono settori della società civile che vi appoggiano in questa lotta e quali sono?
Si, certo! Ci sono alcune organizzazioni che nel corso degli anni ci hanno appoggiato e continuano a farlo come il Correpi (Coordinadora contra la represión policial e institucional) che è un’organizzazione che si batte per la difesa dei diritti umani. Molti forum ed altre personalità come l’attuale Papa, che quando era cardinale qui a Buenos Aires ci veniva a trovare qui in piazza. Un’ altra persona che ci appoggia da sempre è Adolfo Perez Esquivel (Premio Nobel per la pace nel 1980). Queste personalità ci danno maggiore credibilità e sostegno. Un altro gruppo che ci appoggia è l’Arac di Francia. Quest'ultima si occupa di reclami di ex soldati di guerra che non vengono riconosciuti tali. Dalla Francia hanno inviato una serie di richieste allo stato argentino ma non hanno ancora ricevuto nessuna risposta.

Gli anni passano e noi non vogliamo assolutamente che tutto questo venga abbandonato. Nel frattempo abbiamo perso 9 compagni che sono morti in questi anni. Lo Stato deve dare una risposta alla società e deve darci un’identità.

Pubblicato in:
https://quitolatino.wordpress.com/2014/01/07/intervista-ai-reduci-della-guerra-delle-malvinas/