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martes, 6 de abril de 2021

Intervista a Marco Papacci dell'Associazione Nazionale d'Amicizia Italia - Cuba.

L'Italia ha votato contro Cuba al Consiglio dei Diritti Umani dell'ONU. 

Ne ho parlato con Marco Papacci, Presidente dell'Associazione Nazionale d'Amicizia Italia - Cuba. 

Nel marzo del 2020, la Lombardia era il centro della pandemia mondiale. Solo un anno fa, l'Italia guidava la classifica mondiale per morti da Covid-19 passando la soglia degli 8000 morti, anche più della Cina che era al terzo posto con oltre 3000 decessi. Ricordiamo che la Cina solo 4 mesi prima era stato il centro del focolaio. Dietro quelle cifre statistiche c'era un dramma collettivo che aveva creato timore e paura in milioni di connazionali. L'immagine che più di tutte riassunse quella tragedia sociale fu quella della colonna dei mezzi blindati che attraversava il cuore di Bergamo e si muoveva dal cimitero all'autostrada, con a bordo i feretri dei morti da COVID-19. Il camposanto della città lombarda non riusciva a contenere più l'arrivo delle bare per l'alto numero di decessi.

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Vista la situazione, la Regione Lombardia dovette, suo malgrado, fare richiesta dell'arrivo della Brigada "Henry Reeve", il cui nome completo è Contingente Internacional de Médicos Especializados en Situaciones de Desastres y Graves Epidemias. La Lombardia guidata da oltre 20 anni dal centro - destra, più destra che centro, chiese aiuto ai cubani. Ma dai! La Lombardia degli Arrigoni, dei Formigoni, dei Maroni e dei Fontana; tutti anti-comunisti. La Lombardia del Governatore Fontana della Lega, partito alla guida della Regione da oltre 20 anni, chiese la collaborazione a dei medici formati nel socialismo caraibico e per di più alcuni discendenti dagli afro. Un bel scherzo del destino. 

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A dodici mesi dall'inizio del focolaio, siamo ancora in una situazione drammatica. In questi giorni si è ritornato a parlare di Cuba, dopo il voto contrario del governo italiano nel Consiglio dei Diritti Umani dell'ONU.

Ho contattato Marco Papacci Presidente dell'Associazione Nazionale d'Amicizia Italia - Cuba a cui ho rivolto alcune domande per saperne di più.

Marco Papacci. Immagine 3

Facciamo un breve riassunto sull'aiuto della Brigada medica Cubana in Italia, un anno fa.

I 52 medici cubani hanno visitato circa 8000 pazienti a Crema nei due mesi di permanenza nella regione, salvando la vita di 43 pazienti. La brigata di Torino era composta da 38 membri che hanno realizzato un’assistenza medica a 5210 persone, salvando 21 vite con 81019 procedure infermieristiche all'attivo. In questo periodo drammatico per tutto il paese, l’Associazione Nazionale d’Amicizia Italia – Cuba scrisse una lettera al Ministro della Salute Speranza affinché chiedesse aiuto a Cuba. La nostra richiesta non venne presa in considerazione dal Ministro bensì, dalla Regione Lombardia e Piemonte che accettarono il nostro appello rivolgendosi a noi per attivare un ponte con le autorità cubane.

Un tuo giudizio sul voto del governo italiano contro Cuba al Consiglio dei Diritti Umani dell'ONU.

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Bisogna fare chiarezza sul voto del governo italiano contro Cuba. Questo non è il voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dove in maggio o giugno si affronterà, per la 29º volta, la proposta di risoluzione contro il blocco economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba. L’Italia, dal 1995 in poi, ha sempre votato contro questo blocco economico e solo nei primi tre anni di votazione (dal 1992 al 1995), si è astenuta.

L'Associazione Nazionale d’Amicizia Italia – Cuba ha scritto un documento molto chiaro  ribadendo la nostra contrarietà ai blocchi economici, alle misure coercitive e all’autodeterminazione dei popoli. Il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU ha approvato una Risoluzione di condanna delle misure unilaterali coercitive e contrarie al Diritto Internazionale che impediscono a diversi popoli del mondo il pieno godimento dei diritti umani. Tra i paesi in oggetto rientra in pieno anche Cuba che è ormai sottoposta - da oltre 60 anni - a un’illegale e criminale blocco economico da parte degli Stati Uniti. 

Noi, come Associazione Nazionale d’Amicizia Italia – Cuba ci rammarichiamo che l’Italia insieme ad altri paesi europei e non, sia parte del gruppo minoritario di nazioni contrarie a tale risoluzione. Noi ribadiamo chiaramente alcuni concetti fondamentali. In primis, esprimiamo la nostra solidarietà al popolo cubano e a tutti quei paesi sottoposti a blocchi economici o a politiche infami che impediscono il libero sviluppo e la loro autodeterminazione. Condanniamo assolutamente la posizione del governo italiano assunta in questa votazione che è contraria ad ogni logica d’umanità soprattutto in tempo di pandemia. Invitiamo tutti gli amici di Cuba a sostenere l’appello che abbiamo lanciato nel nostro sito www.italiacuba.it

L'appello registra già l'adesione di numerosissimi cittadini, di diverse personalità del mondo artistico, accademico e di forze politiche, sociali e culturali. Queste firme verranno consegnate al governo italiano. 

Perché secondo te, l'Italia ha adottato questa posizione?

Sappiamo perfettamente che siamo alleati degli Stati Uniti ed è arrivata un’indicazione abbastanza forte, che non era diretta in particolare contro Cuba, ma a quei paesi che sono sottoposti a blocchi economici e a misure coercitive. Mi riferisco al Venezuela, al Nicaragua, alla Siria, alla Corea del Nord e all'Iran. Noi, come paese vassallo degli Stati Uniti, non potevamo non votare diversamente. Tuttavia, bisogna sottolineare che la risoluzione non è stata approvata. Quindi, i paesi europei/occidentali sono stati sconfitti dai paesi del terzo mondo e di coloro che hanno presentato questa risoluzione e cioé, Venezuela, Palestina e del Movimento dei Paesi Non Allineati.

La sindaca di Crema, dopo questa votazione, ha inviato una lettera al presidente Draghi. Come valuti quest'atto?

La sindaca di Crema Stefania Bonaldi è una donna particolamente coraggiosa. Appena ho letto la sua lettera, l’ho chiamata e mi sono complimentata con Lei perché giustamente si è sentita coinvolta in prima persona in quanto rappresentante di una popolazione che è stata colpita in maniera forte dalla pandemia del covid-19 e ha visto i rappresentanti di una piccolissima isola giungere nel suo paese e mettersi a disposizione di una popolazione del cossidetto primo mondo. Quindi, non poteva non avere un atteggiamento cosí forte e risoluto. Io sono molto contento. Da me e dall'Associazione i più vivi complimenti e sempre il nostro sostegno. 

La sindaca di Crema Stefania Bonaldi. Immagine 5

Inoltre, anche lei ha fatto un analisi più generale su quanto accaduto affermando che questo voto non era un attacco diretto a Cuba, però l'Isola Grande veniva coinvolta indirettamente in questa votazione.

Quali sono le attività dell'Associazione Nazionale d'Amicizia Italia - Cuba per rilanciare la solidarietà verso Cuba?

Abbiamo in campo diverse iniziative e la prossima sarà il prossimo 23 aprile alle 18,30 in cui festeggeremo i 60 anni della fondazione della nostra associazione e della vittoria di Playa Girón. L’evento sarà trasmesso in diretta on-line dalle pagine Facebook e YouTube dell’Associazione Nazionale d’Amicizia Italia-Cuba e dalla pagina web Siempre Con Cuba dell’ICAP (Istituto Cubano Amicizia coi Popoli). Ci saranno diversi interventi da Cuba, tra i quali quello di Fernando González Llort Presidente dell’ICAP, del Comandante Victor Dreke, il Vicepresidente dell’Associazione dei combattenti della Revolución Cubana, di Juan Carlos Aguilera Marsan membro del Partito Comunista Cubano. Ci sarà un intervento di Aleida Guevara March, figlia del Che, di Ramón Labañino Salazar, eroe della Repubblica di Cuba (uno dei 5 cubani che è stato fatto prigioniero, ingiustamente, negli USA). Dall’Italia interverrà l’Ambasciatore Cubano in Italia José Carlos Rodríguez Ruíz, la famosa giornalista Alessandra Riccio e lo scrittore Giorgio Aldrini. Per l’Associazione intervengo io come Presidente e due ex Presidenti come Irma Dioli e Sergio Marinoni. Ci saranno anche degli interventi musicali della Banda Bassotti e dei Gang. Appoggeremo tutta la campagna fino alla votazione che si terrà in maggio e continueremo con la raccolta delle firme contro il blocco USA a Cuba. Sosterreremo la campagna per il Premio Nobel ai medici della brigata medica cubana Henry Reever e poi faremo una serie d’iniziative on-line e dove sarà possibile le faremo físicamente sempre rispettando le misure imposte per la prevenzione da contagio covid-19. Tra le iniziative ce ne sarà una molto importante per il 60º anniversario della campagna di alfabetizzazione. Inoltre, voglio ricordare che il 2021 è il centenario del Partito Comunista italiano e come associazione faremo un’iniziativa con diversi studiosi cubani di Gramsci. Abbiamo molto da lavorare però l’impegno più grande è quello contro il blocco economico.

Pubblicato in: https://www.popoffquotidiano.it/2021/04/06/no-allembargo-a-cuba-anche-se-litalia-e-un-vassallo-usa/

Fonti delle immagini:

Immagine 1: https://www.ansa.it/lombardia/notizie/2020/03/18/coronavirus-colonna-mezzi-militari-a-bergamo-con-feretri_3b4e3a18-8467-4185-ad72-2939cc607f66.html

Immagine 2: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/23/coronavirus-grazie-cuba-grazie-brigata-henry-reeve/5746570/

Immagine 3: https://brigadaeuropeajm.wordpress.com/2018/06/20/el-amor-por-cuba-y-su-revolucion-en-italia-y-en-la-vida-de-marco-papacci/

Immagine 4: https://it.sputniknews.com/politica/2021020810106477-usa-ritornano-a-lavorare-col-consiglio-per-i-diritti-umani-delle-nazioni-unite/

Immagine 5: https://www.pressenza.com/it/2021/03/cuba-risoluzione-onu-lettera-della-sindaca-di-crema-al-presidente-del-consiglio-mario-draghi/


viernes, 26 de marzo de 2021

Keynes contro neoliberismo al ballottaggio in Ecuador.

Keynes contro neoliberismo al ballottaggio in Ecuador.
di Davide Matrone 

America latina. L’11 aprile al secondo turno delle presidenziali il correismo di Aráuz e il banchiere Lasso. Rabbia nelle comunità indigene, gli elettori di Yaku Peréz optano per il voto nullo. Intanto nel paese metà della popolazione vive in povertà e crescono lavoro nero e disoccupazione.


L’11 aprile è alle porte. Mancano tre settimane e il popolo ecuadoregno eleggerà il nuovo presidente della Repubblica. Ma qual è l’humus sociale ed economico del paese in questo secondo turno? Secondo alcuni dati dell’istituto nazionale di ricerche Cedatos sullo stato di salute del paese, l’80% degli ecuadoregni dichiara di essere sfiduciato e preoccupato per il futuro.

A confermare queste cifre allarmanti c’è il sociologo e docente universitario Francesco Maniglio che in una breve intervista ha aggiunto: «La metà della popolazione dell’Ecuador vive in povertà che aumenta nelle zone rurali dove raggiunge e supera il 60%. È aumentato il lavoro informale che si è diffuso considerevolmente e si registra un preoccupante incremento della disoccupazione che non è solo il frutto della pandemia, ma soprattutto delle politiche di austerity e neoliberiste applicate negli ultimi quattro anni di governo Moreno. Le disuguaglianze economiche e sociali sono ritornate ai livelli dei decenni ’80 e ’90».

E in questo scenario preoccupante che si sfidano i due candidati al ballottaggio: Andrés Aráuz della coalizione della sinistra progressista Unes e Guillermo Lasso della destra neoliberista con l’appoggio della destra costegna. La disputa in campo non si limita solo ai due candidati ma a due modelli di sviluppo e a due modi differenti di costruire la società ecuadoregna.

Araúz è un giovane economista con già esperienze ministeriali che propone di ripiantare un modello di sviluppo di stampo neokeynesiano in termini di politiche economiche che si caratterizza per un forte intervento dello Stato nell’economia, un incremento della spesa pubblica nell’educazione e nella salute, un rafforzamento del settore pubblico, riforme fiscali di distribuzione delle risorse dall’alto verso il basso e il progetto di trasformazione della matrice produttiva con lo scopo di difendere il prodotto nazionale. In altri termini, la vittoria di Aráuz garantirebbe il ritorno, più soave, del programma della Revolución Ciudadana dell’ex presidente Rafael Correa interrotto con il governo di Lenín Moreno.

Lasso è un banchiere di vecchio corso con incarichi importanti in due governi passati (Mahuad e Gutiérrez) che vuole dare continuità al modello di sviluppo neoliberista messo in atto negli ultimi quattro anni. Il líder della destra propone una forte riduzione della spesa pubblica e delle tasse per il settore produttivo, una maggiore apertura delle frontiere per l’entrata dei capitali stranieri che vogliono investire nel paese con agevolazioni fiscali ma anche più facilità d’uscita degli stessi capitali verso l’estero, un piano di rafforzamento del settore privato su quello pubblico che prelude all’accelerazione delle privatizzazioni già avviate con Moreno dal 2018 e infine la ratifica degli accordi di libero commercio.

Questa disputa elettorale, politica e paradigmatica degli ultimi anni in America latina, si è riproposta in ogni elezione presidenziale dall’inizio del XXI secolo e vede in vantaggio, al momento, il progressismo di sinistra contro la destra neoliberista.

Anche queste elezioni in Ecuador sembrano confermare la tendenza. Il primo sondaggio elettorale in circolazione è quello realizzato dal docente dell’Università di Guayaquil, Omar Maluk, che dà in vantaggio il candidato della sinistra Aráuz con il 58% sul candidato della destra Lasso fermo al 41%. Il sondaggio dell’istituto Clima Social dà vittorioso Araúz con 10 punti di vantaggio.

Inoltre, si registra una percentuale importante di indecisi (il 12%) mentre le schede nulle sarebbero il 15%. Quest’ultimo dato esprime il malcontento generato nell’elettorato del candidato del movimento indigeno Yaku Peréz che ha annunciato la campagna per il voto nullo ideologico. Dal 7 al 23 febbraio in Ecuador si è assistito a un riconteggio interminabile tra Lasso e Yaku per definire chi avrebbe corso contro Araúz. L’ha spuntata il banchiere con un esiguo scarto di 32.115 voti (0,35%) generando rabbia e frustrazione nelle comunità indigene e una parte della società civile che aveva appoggiato Peréz al primo turno.

Intanto, domenica 21 marzo si è tenuto il primo dibattito presidenziale in cui, a detta di Francesco Maniglio, «i due candidati hanno evidenziato una differenza di proposte nel campo economico ma hanno comunicato prevalentemente all’elettorato di centro per conquistare maggiori consensi. Entrambi hanno evaso su alcuni temi importanti come la sicurezza dopo la ribellione nelle carceri e la questione del razzismo strutturale nel paese».

Nello stesso dibattito Aráuz ha mostrato sicurezza e padronanza sui temi di carattere economico a differenza del banchiere che sembrava rincorrere l’avversario senza scalfirlo seriamente. Solo nella parte finale Lasso ha recuperato qualche consenso adottando una strategia comunicativa ripetitiva e pungente accusando il suo avversario di essere un bugiardo. Se dovessero essere confermati i sondaggi, il prossimo presidente dell’Ecuador dovrà riconquistare la fiducia e l’ottimismo dei suoi connazionali, vista la drammatica situazione in cui versa il paese.

https://ilmanifesto.it/keynes-contro-neoliberismo-al-ballottaggio-in-ecuador/

martes, 16 de marzo de 2021

Segnalati e dimenticati

Segnalati e dimenticati. Una testimonianza dalla Valle del Chota in Ecuador ai tempi della pandemia Covid-19.

Nella pandemia del covid-19, nella Valle del Chota, una regione andina dell' Ecuador popolata maggiormente da afrodiscendenti, ci sono state poche prove di diagnostico, poco accesso alla salute e alla prevenzione. I suoi abitanti vivono nell'abbandono storico - che nel massimo momento d'emergenza sanitaria - è stato ancor piú evidente. Sono stati ricordati solo per ricevere accuse di disordine e indisciplina.

Di Alexandra León 

Traduzione: Davide Matrone 

Guayaquil è stata segnalata come la città dell'Ecuador più colpita dal covid-19 e Quito come quella che ha registrato più contagi. Le due città più grandi del paese hanno concentrato, senza dubbi, la maggior quantità di casi. Tuttavia questo ha fatto si che l'attenzione e le risorse si concentrassero maggiormente nei centri urbani dimenticando le zone più remote. Una di queste è la Valle del Chota. Questa regione del nord andino dell'Ecuador si trova a 1500 metri sul livello del mare e si estende tra le regioni del Carchi e dell’Imbabura. É abitata principalmente da comunità di afrodiscendenti. Alla sua popolazione è stata negata l’assistenza medica e statale anche prima della pandemia. Durante l'emergenza sanitaria si sono prese decisioni che oggi son qualificate come razziste  dai suoi abitanti e dalle sue istituzioni locali. 

Juan García, presidente della circoscrizione d’Ambuquí della Valle dice che una delle prime azioni che si son realizzate nelle comunità afrodiscendenti nella regione dell’Imbabura e del Carchi, sono state quelle di chiudere le strade che collegano la Valle del Chota con il comune d'Ibarra. Il proposito della misura, adottata dal Municipio d'Ibarra, era di stabilire dei cerchi epidemologici per evitare contagi massivi.

La comunitá Tumatú é ubicata nella Valle del Chota. Fotografía di Darwin Minda.

La decisione ha negato ulteriormente l'accesso al diritto alla salute degli abitanti della valle. In questa zona e nella conca del fiume Mira ci sono solo dei centri di salute di prima necessità, denominati di tipo A e solo due centri di tipo B. Gli ospedali si trovano nella città d'Ibarra. Nella regione del Carchi, l'ospedale più vicino si trova a San Gabriel, a un'ora dalla Valle. Risulta quindi un'odissea l'arrivo dei farmaci, delle squadre di soccorso e delle prove di diagnostico in questi posti. I centri di salute nella Valle, addirittura prima della pandemia, non contavano con le dovute garanzie per poter affrontare altri tipi d'emergenza come malattie della pelle per l'inquinamento dell'acqua o l'attenzione a pazienti con ipertensione o diabete.

La dottoressa Nathalie Mosquera, incaricata del posto di salute della comunità di Pusir Grande — nella regione del Carchi— dice che per ogni circoscrizione della zona, il Ministero della Salute ha assegnato appena 100 prove rapide, 50 PCR (prove molecolari raccomandate per la detenzione del covid-19) e solo 20 recipienti  sterili per la prova di sputo. Però, bisogna considerare che solo nelle comunità del comune di Bolívar della zona del Valle del Chota, la popolazione supera i 10 mila abitanti. Quindi, si tratta di una misura insufficiente. Inoltre, dichiara García, è risultato impossibile conoscere come e quanti siano stati i contagi, se sono stati massivi e se i pazienti siano stati asintomatici perché la capacità di prove consegnate sono state minime.


Cristofer Delgado, di 28 anni crede che il trattamento che ha ricevuto quando gli hanno fatto la prova rapida che ebbe esito positivo, fu razzista. Fotografía di Darwin Minda.

Dopo otto giorni, a Cristofer Delgado gli hanno praticato una  prova PCR nel mese d'aprile con risultato negativo. L'Organizzazione Mondiale della Salute ha dichiarato, sin dall'inizio del mese d'aprile del 2020, che le prove rapide non dovevano essere usate come diagnostico di covid-19. Il Ministero della Salute dell'Ecuador ha accolto questa raccomandazione in un documento dello stesso mese, dicendo che si sarebbero dovuto preferire le prove molecolari PCR a quelle rapide. Il tempo che era trascorso tra questa prova e la PCR poteva significare che Cristofer Delgado non avesse più tracce del virus nel suo organismo, o che non l'avesse mai tenuto. Senza certezze chiare su quanto accaduto, otto mesi dopo Cristofer Delgado si domanda se è stato un falso positivo e se lo è stato, quanti falsi positivi ci son stati e continuano ad esserci nella zona? Chi ci ripara dal danno morale? Si lamenta.

Nella Valle del Chota ci sono solo due posti di salute e centri di salute di tipo A. Ci sono anche 2 centri di salute di tipo B. Non esistono ospedali. Fotografía di Darwin Minda.

La dottoressa Mosquera ha lavorato in alcuni centri medici della zona e dice che mancano gli insumi per affrontare la pandemia e non è l'unico problema. Dice, inoltre, che nelle comunità esiste una differenza importante nell'accesso all'attenzione medica cosi come negli altri servizi. “Non c'è acqua potabile nelle 24 ore giornaliere. Non esistono farmaci per curare in modo adeguato la popolazione vulnerabile e la spazzatura delle città grandi si deposita nei fiumi dai quali si alimentano", dichiara.

Nella Valle del Chota esiste la discarica di San Alfonso, ubicata nella circoscrizione di Ambuquí, che da 10 anni riceve i rifiuti della città d'Ibarra, la capitale della regione dell’Imbabura. Sono circa 150 tonnellate di rifiuti giornalieri che si depositano in questa discarica. Glli abitanti di questa zona dicono che questo posto si è convertito in un pozzo infettivo per la presenza di topi e ci sono odori insopportabili.

Lo scorso 3 settembre del 2020, il sindaco d’Ibarra, Andrea Sacco, ha visitato la discarica per verificare la gestione dei rifiuti ed ha registrato una serie di lamentele da parte degli abitanti che non solo si lamentano della presenza della discarica ma anche della carenza dei servizi basici. A causa della pandemia del covid-19, si è reso ancor più evidente la mancanza di acqua potabile, la inesistenza di ospedali all'interno della comunitá e la pessima gestione del servizio idrico. 

La maggior lamentela degli abitanti è stata quella che alla spazzatura “comune” della città d’'Ibarra, son cominciati ad arrivare i rifiuti sanitari di persone contagiate dal covid-19. In questo giorno di visita del sindaco, in presenza di forti reclami degli abitanti, il primo cittadino ha dichiarato che la discarica presenta tutte le autorizzazioni ambientali.

La dottoressa Mosquera elenca tutti questi problemi e carenze e spiega che è impossibile che la campagna del Ministero della Salute, per evitare i contagi da covid-19, abbia funzionado nella Valle del Chota perché in queste comunità non si sono risolti ancora i problemi di accesso ai servizi basici.

Gli abitanti delle comunitá della Valle del Chota non hanno accesso all'acqua potabile, altri si pero non per le 24 ore al giorno. Fotografía di Darwin Minda.


Nella metà del XVII secolo, la Compagnia di Gesù, uno degli ordini cattolici più potenti del mondo, ha condotto nei suoi estesi latifondi nella Valle del Chota, conosciuti come Coangue o della Morte, per la siccità del suo clima, centinania di schiavi africani perché lavorassero le loro terre. Per le malattie e per il rigore del lavoro forzato inventato dagli Inca e poi adottato dai conquistatori spagnoli, si era decimata la popolazione indigena che lavorava in queste terre. Per rimpiazzare la loro forza lavoro, la Compagnia di Gesù, decise di fa giungere dall'Africa degli schiavi e portarli nella loro zona.  

Cent'anni dopo, la Valle del Chota è composta da oltre 39 comunità che si trovano ai lati del fiume Chota e Mira. Il 7,2% della popolazione dell'Ecuador è afrodiscendente —di cui il 4,11% vive nel territorio ancestrale della Valle del Chota. Queste comunità hanno vissuto in un abbandono storico che li ha portati ad essere tra i luoghi con i più alti indici di povertà dell'Ecuador: 68,6% di povertà e il 34,7% di povertà estrema secondo il censimento del 2010 realizzato dall'INEC.

Le poche volte che l'Ecuador si è interessato della Valle del Chota è stato per celebrare i grandi calciatori che produce e che furono parte della squadra che portò l'Ecuador per la prima volta a disputare un mondiale di calcio nell'anno  2002. Le altre volte che il paese ha posto attenzione su questa valle è stato per parlare delle industrie illegali che, in mancanza di opportunità, proliferano nelle comunità del Chota: un operativo contro le minerie illegali nella zona di Mascarilla nel 2018  provocò un morto: Andrés Padilla morí durante uno scontro a fuoco con la polizia. Oltretutto, la valle rimane nel dimenticatoio sia da parte delle autorità nazionali che da quelle locali nella regione dell'Imbabura  e del Carchi che hanno giurisdizione sul territorio. 

Durante la pandemia del covid-19, quest'abbandono sistematico ha significato che gli abitanti della zona non avessero accesso alle prestazioni basiche di salute, alle prove di diagnostico del coronavirus e agli aiuti da parte delle autorità.

I primi contagi della regione d'Imbabura si registrarono nella capitale e presto si diffusero verso le comunità negre, la cui popolazione, molto probabilmente, si è contagiata durante i viaggi di lavoro verso la capitale regionale. Tuttavia, le pubblicazioni dei mezzi locali e nazionali hanno segnalato che i contagi si erano dati per il disordine sociale che si viveva nella zona catalogata dai mass-media, come conflittiva. Ho chiesto insistentemente un' intervista con il sindaco però, dopo varie promesse, non l'ha concessa. 

Il 15 luglio del 2020, il sindaco d' Ibarra, Andrea Sacco, in una dichiarazione pubblica ha dichiarato che si sarebbe contagiato di covid - 19 in una visita di campo con organizzazioni d'aiuto umanitario nella Valle. Rapidamente i medici locali della città d'Ibarra hanno replicato queste dichiarazioni. La dichiarazione di Sacco ha dato fastidio agli abitanti delle comunità, che hanno voluto le scuse pubbliche che non sono mai giunte.

Gli abitanti della Valle del Chota non hanno fiducia nelle autorità e questa sfiducia è aumentata durante la pandemia. Inoltre, in mancanza di un'attenzione medica adeguata, vari abitanti della zona sono riscorsi a meccanismi ancestrali per trattare il covid-19 come prendere un aguardiente tradizionale con zenzero per contrarrestare il malessere corporale e rafforzare le difese. 

Juan García, presidente della circoscrizione de Ambuquí, dice che le cifre consegnate dal Ministero della Salute non coincidono con quelle che ha a sua disposizione dalle comunitá. Fotografía di Darwin Minda.

Juan García, presidente della circoscrizione di Ambuquí —una che compone la Valle del Chota— dice che i dati epidemologici presentati dal Ministero della Salute non coincidono coi casi a sua disposizione. 

Nelle 11 comunità che amministra, ci sono stati dei casi nei quali le persone furono diagnosticate con altre malattie nei centri di salute e quando giungevano in ospedale, morivano. I certificati di decessi, secondo García, sono inconsistenti perché "chi arrivava in ospedale con qualche dolore veniva messo nella lista dei contagiati da covid senza i dovuti accertamenti". In queste circostanze, la mancanza d'informazione hanno fatto si che le comunità vivessero la pandemia senza accesso alla prevenzione, senza prove chiare che determinassero i livelli di contagio. Allo stesso tempo le istituzioni locali e circoscrizionali hanno segnalato permanentemente le mancanze storiche nella zona e purtroppo hanno sempre ricevuto silenzi, rifiuti e negazioni. 

Pubblicato in: https://gk.city/2021/01/27/valle-del-chota-covid/