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domingo, 15 de agosto de 2021

Così ho visto morire Kabul

L'ultimo articolo di Gino Strada pubblicato su LA STAMPA

Così ho visto morire Kabul

Si parla molto di Afghanistan in questi giorni, dopo anni di coprifuoco mediatico. È difficile ignorare la notizia diffusa ieri: i talebani hanno conquistato anche Lashkar Gah e avanzano molto velocemente, le ambasciate evacuano il loro personale, si teme per l’aeroporto. Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino - meglio: che siano sempre mancate - entrambe. La guerra all’Afghanistan è stata - né più né meno - una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali.

Il Consiglio di Sicurezza - unico organismo internazionale che ha il diritto di ricorrere all’uso della forza - era intervenuto il giorno dopo l’attentato con la risoluzione numero 1368, ma venne ignorato: gli Usa procedettero con una iniziativa militare autonoma (e quindi nella totale illegalità internazionale) perché la decisione di attaccare militarmente e di occupare l’Afghanistan era stata presa nell’autunno del 2000 già dall’Amministrazione Clinton, come si leggeva all’epoca sui giornali pakistani e come suggerisce la tempistica dell’intervento. Il 7 ottobre 2001 l’aviazione Usa diede il via ai bombardamenti aerei.

Ufficialmente l’Afghanistan veniva attaccato perché forniva ospitalità e supporto alla “guerra santa” anti-Usa di Osama bin Laden. Così la “guerra al terrorismo” diventò di fatto la guerra per l’eliminazione del regime talebano al potere dal settembre 1996, dopo che per almeno due anni gli Stati Uniti avevano “trattato” per trovare un accordo con i talebani stessi: il riconoscimento formale e il sostegno economico al regime di Kabul in cambio del controllo delle multinazionali Usa del petrolio sui futuri oleodotti e gasdotti dall’Asia centrale fino al mare, cioè al Pakistan. Ed era innanzitutto il Pakistan (insieme a molti Paesi del Golfo) che aveva dato vita, equipaggiato e finanziato i talebani a partire dal 1994.

Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei parlamentari italiani approvò una risoluzione a favore della guerra. Chi allora si opponeva alla partecipazione dell’Italia alla missione militare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella nel migliore dei casi. Invito qualche volonteroso a fare questa ricerca sui giornali di allora perché sarebbe educativo per tutti. L’intervento della coalizione internazionale si tradusse, nei primi tre mesi del 2001, solo a Kabul e dintorni, in un numero vittime civili superiore agli attentati di New York.

Nei mesi e negli anni successivi le informazioni sulle vittime sono diventate più incerte: secondo Costs of War della Brown University, circa 241 mila persone sono state vittime dirette della guerra e altre centinaia di migliaia sono morte a causa della fame, delle malattie e della mancanza di servizi essenziali. Solo nell’ultimo decennio, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) ha registrato almeno 28.866 bambini morti o feriti. E sono numeri certamente sottostimati.

Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa. E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme.

Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,5 miliardi di Euro. Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe. Ci sono delle persone che in quel Paese distrutto cercano ancora di tutelare i diritti essenziali. Ad esempio, gli ospedali e lo staff di Emergency - pieni di feriti - continuano a lavorare in mezzo ai combattimenti, correndo anche dei rischi per la propria incolumità: non posso scrivere di Afghanistan senza pensare prima di tutto a loro e agli afghani che stanno soffrendo in questo momento, veri “eroi di guerra.

PUBBLICATO SU:

https://www.lastampa.it/topnews/lettere-e-idee/2021/08/13/news/cosi-ho-visto-morire-kabul-1.40594569

martes, 20 de julio de 2021

CUBA. Le proteste tra riforme e controrivoluzione

 CUBA. Le proteste tra riforme e controrivoluzione

sábado, 10 de julio de 2021

Vi racconto chi è Pedro Castillo.

Non viene dalla politica, bensì dalla lotta sociale. Non era vincolato a nessun partito ed è un maestro. "Il Partito Libre ha candidato Castillo perché aveva tutti i requisiti necessari" dice l'ex deputata Indira Huilca. "Una faccia nuova, un forte radicamento regionale, una provenienza dal settore popolare"


Intervista a Indira Huilca ex deputata del Parlamento del Perú

di Davide Matrone da Quito

È terminato lo spoglio totale dei voti. Castillo vince le elezioni con un margine di 49.000 voti. Eppure non c’è ancora la proclamazione del Presidente della Repubblica del Perù. Perché?

Negli ultimi giorni il partito di destra di Keiko Fujimori, ha deciso di utilizzare una strategia precisa: quella di mettere sott’accusa la validità di tutte le elezioni. Per questa ragione, stiamo ancora aspettando la proclamazione ufficiale dei risultati da parte dell’organismo elettorale, che deve accogliere la richiesta di Keiko Fujimori e poi dare una risposta. Dietro tutto questo c’è una strategia precisa: ritardare il più possibile la proclamazione dei risultati per delegittimare tutto il processo elettorale. Il Fujimorimo ha diffuso una parola d’ordine che va avanti dai primi momenti successivi al voto: ricorrere al broglio elettorale sistematico. Per quanto questa narrativa non abbia molto senso e malgrado non ci siano riscontri che confermino questa presunta irregolarità, la tattica sta funzionando. Complici i mezzi di comunicazione che durante la campagna elettorale hanno preso posizione a favore della candidata Keiko Fujimori. Inoltre, questa strategia aumenta l’instabilità politica e sociale nel paese.



In questo scenario quale può essere il ruolo dell’Oea, l'Organizzazione degli Stati Americani, che rimane ancora in silenzio?

Ufficialmente l’Oea ha terminato il suo compito di osservatore del processo elettorale e, all'indomani dei primi risultati, il suo rapporto coincide con quello degli altri organismi internazionali. Non c’è nessuna osservazione rilevante al riguardo. Di conseguenza si potrebbe affermare che il giorno delle elezioni non si è registrato nessun atto irregolare. Però sembra strano che non ci sia, da due settimane, un pronunciamento dell’OEA. Quello che stiamo vivendo è una situazione molto pericolosa. Al Fujimorismo si sommano altri attori come i mezzi di comunicazione ed altre forze politiche che creano confusione e incertezza. Se si continua cosi potrebbe generarsi più instabilità. Sarebbe dunque opportuno che l'Oea si pronunci allo scopo di legittimare l’Organismo elettorale come entità preposta a controllare il processo elettorale. Da notare, inoltre, che in questi giorni il livello di tensione nella popolazione è cresciuto, perché Fujimori ha inviato i suoi sostenitori a dar vita a delle manifestazioni pubbliche e, per di più, proprio nelle zone dove vivono i funzionari dell’Organismo elettorale nazionale. Questi sono atti d’intimidazione vera e propria a mio avviso è abbastanza grave e per niente democratico. Non solo l’Oea, ma anche gli altri organismi internazionali devono pronunciarsi.

C’è il rischio che possa ripetersi quanto accaduto in Bolivia nel 2019?

Si, certo! Si potrebbe arrivare ad una situazione analoga. Il ruolo dell’Oea non è di prendere posizione rispetto a un determinato candidato o un altro ancora, se non quello di legittimare le autorità elettorali incaricate all’esame dei voti.

In questo momento delicato, Keiko Fujimori viene convocata dalla procura per chiarire la sua posizione su alcuni atti di corruzione. Quali possono essere le conseguenze di quest’atto?

Una situazione inedita. Alle elezioni del 2016 il margine di vittoria di Kuczynsk fu ancora più ridotto rispetto al risultato odierno, eppure allora non si è registrato né questo livello d’aggressività da parte del Fujimorismo con l’uso di questi meccanismi quasi al limite della legalità. Quindi, l’elemento di differenza rispetto al 2016 è la possibilità di andare in carcere per Keiko Fujimori né l'uso di meccanismi quasi al limite della legalità. La novità sta nel fatto che oggi, a differenza del 2016, Keiko Fujimori potrebbe andare in carcere. Attualmente, si sta costruendo il processo giudiziario e si stanno raccogliendo le prove, che sono molte, contro di lei. Il processo inizierà tra qualche mese e si avanzerà una richiesta di 30 anni di carcere nei suoi confronti. Il Fujimorismo è consapevole di questa situazione. Se Keiko non dovesse vincere le elezioni, il suo destino sarebbe il carcere. Si stanno giocando tutto e sono disposti a qualsiasi cosa pur di evitare che Pedro Castillo assuma la presidenza della Repubblica.

Qual è la tua analisi del voto?

Al primo turno elettorale c’è stata una partecipazione bassa, intorno al 70%, e un’alta percentuale di voti nulli e bianchi. Da un lato, l’apatia del primo turno, dovuta anche alla pandemia, ha favorito la conquista del secondo turno di Keiko Fujimori, con uno striminzito 13.5%. Nonostante l'eigua percentuale, il suo partito è riuscito a passare. Dall’altro, il candidato Pedro Castillo ha conseguito una votazione stupefacente in alcune regioni del Paese, che gli ha permesso di avere un risultato nazionale dignitoso e di raggiungere il 19%. La sua crescita si evidenzia nelle regioni fuori dalla città di Lima. Conquistato il ballottaggio, il Fujimorismo pensava che la vittoria su Castillo fosse alla portata di mano: il maestro era considerato un candidato facile da battere, anche perché si poteva sempre giocare la carta dell’anticomunismo, dell’antichavismo e dell’antiterrorismo. Invece, non è stato cosi.

La figura di Castillo

Non viene dalla politica, bensì dalla lotta sociale. Non era vincolato a nessun partito. Il Partito Perù Libre l’ha candidato perché aveva tutti requisiti necessari: una faccia nuova, un forte radicamente regionale, una provenienza dal settore popolare. Nonostante le premesse favorevoli, nessuno, anche all'interno dello stesso partito, si aspettava questo alto livello d’accettazione popolare. La crescita di Castillo viene soprattutto nella zona sud del Paese, che contesta maggiormente il modello di sviluppo neoliberista e che, inoltre, rifiuta il centralismo della capitale Lima.

Il sud del paese è una zona ricca ma povera. Da qui viene buona parte dell’appoggio a Pedro Castillo. Cosa ne pensi?


Si, è una zona molto ricca di minerali e di gas, ma, nonostante queste ricchezze, non si può dire che sia avvenuto un miglioramento delle condizioni di vita dei suoi abitanti. C’è ancora molta disuguaglianza, perché le risorse vanno via e non restano sul territorio. Qui, lo Stato non ha mai attuato un piano serio di sviluppo, lasciando invece l’iniziativa ai privati e alle multinazionali straniere. In definitiva, il sud è la zona del Paese che è più incline a votare per un candidato che generi delle trasformazioni e in questa elezione Pedro Castillo ha rappresentato il candidato del cambiamento. È il sud che ha designato il nuovo presidente della Repubblica del Perù.

Quali sono gli scenari futuri per il Perù con la vittoria di Castillo?

Prevedo uno scenario molto difficile, a fronte dell’alto livello d’aggressività da parte delle opposizioni. Ho l'impressione che questa dinamica continuerà anche nei prossimi anni e, d'altronde, è un meccanismo che si è prefigurato fin dal primo giorno e che ha generato uno stallo per i primi mesi di governo. Il Parlamento l’alleanza Castillo – Mendoza può contare su 42 parlamentari contro un totale di 130. È un buon numero, ma non è sufficiente. Di conseguenza la sfida di Castillo sarà mantenere compatta la sua base sociale per bloccare gli attacchi che verranno dalla destra. La stessa base sarà, inoltre, importante e determinante per la convocazione di un’Assemblea costituente.

Quanto è sentita nella popolazione la riscrittura di una nuova Costituzione?

Secondo gli ultimi sondaggi il 50% della popolazione chiede una Nuova costituzione, mentre il 30% vuole una riforma parziale e solo un 20% dichiara di non volerla cambiare. 

Pubblicato in: https://left.it/left-n-27-9-luglio-2021/