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jueves, 21 de julio de 2022

Intervista/Il partenopeo Davide Matrone: «Così racconto in un libro le visite di Fidel in Ecuador. Con un contributo di Gianni Minà.

 

Intervista/Il partenopeo Davide Matrone: «Così racconto in un libro le visite di Fidel in Ecuador. Con un contributo di Gianni Minà»

Una foto dello sciopero nazionale in Ecuador del giugno 2022

Nelle librerie indipendenti italiane sta per arrivare un libro fresco di stampa. S’intitola: “Fidel in Ecuador. Le relazioni fra due paesi amici”, edito da La Città del Sole. L’opera è stata scritta da Davide Matrone, studioso originario di Pozzuoli, che è un docente universitario in Ecuador, dove lavora all’Università politecnica salesiana di Quito.
Laureato in Scienze politiche all’Università L’ Orientale di Napoli, dopo aver conseguito un master in comunicazione e opinione pubblica, da molti anni vive in America Latina. Nonostante questo, Matrone non ha reciso le radici con la propria terra e collabora come corrispondente dall’estero per numerose testate e riviste, fra cui il Manifesto, l’Antidiplomatico, Left, Revista crisis, Pagine esteri. Lo abbiamo intervistato per avere un’anticipazione sul libro e chiedergli informazioni sullo sciopero generale che ha recentemente investito il paese in cui vive, provocando morti e feriti fra i manifestanti.
Come nasce quest’opera?
L’idea mi venne due anni fa. Stavo approfondendo il tema della cooperazione fra l’Ecuador e Cuba. Ho cominciato a dare una certa attenzione alle visite che Fidel Castro compì qui.
Come mai hai scelto un tema così particolare?
Sono stato un militante della sinistra comunista italiana, mi sono sempre occupato di esteri, in particolare dell’America latina. Ho fatto parte per sei anni dell’Associazione nazionale Italia-Cuba, divenendone il segretario del circolo di Pozzuoli. Poi, da 14 anni, per varie ragioni, ho deciso di venire a vivere in Sud America, stabilendomi prevalentemente in Ecuador.

Il frontespizio dell'opera
Il libro cela anche una trama della tua vita?

In un centro senso, sì. Vi sono due temi legati che fanno parte del mio percorso: la passione per Cuba – narrata attraverso la figura del leader maximo – e l’interesse per la storia del paese che mi ha adottato. L’ispirazione per questo sincretismo mi nacque una notte in cui venni invitato alla presentazione di un libro. Questo testo venne presentato in concomitanza con la commemorazione della morte di Castro e parlava delle relazioni fraterne fra i popoli cubano ed ecuadoregno. Da lì, avviai la ricerca e la documentazione.
In cosa differisce il tuo libro rispetto ad opere simili?
La sua originalità consiste nel lavoro storiografico e sulla divulgazione inedita dei riconoscimenti che lo stato ecuadoregno ha dato al compianto Presidente di Cuba. In particolare, documento i premi che due università conferirono a Fidel per i meriti e gli sforzi fatti dal governo cubano nel settore dell’educazione, che è uno dei capisaldi della Revoluciòn.
Com’è strutturato?
Nella mia ricerca, ho ricostruito le visite compiute da Fidel in Ecuador nel 1971, 1988, 2002, 2003. A ciascuna di queste date corrisponde un relativo capitolo. Il primo, si concentra sulla visita tecnica, di sole 7 ore, che il Comandante della Rivoluzione cubana compì all’aeroporto di Guayaquil. Quella fu una sosta lungo il tragitto che avrebbe portato Fidel in Cile, con l’intento di abbracciare Salvador Allende. Il presidente ecuadoregno dell’epoca, Velasco Ibarra, sapendo dello scalo, lo volle incontrare. Ibarra aveva una politica indipendente dagli Usa e grande era in lui il desiderio di conoscere il leader dell’insubordinazione continentale. Pochi mesi dopo, non a caso, venne destituito da un colpo di stato voluto dagli Stati Uniti d’America.
Di cosa parlano gli altri capitoli?
Il secondo, narra della visita durante l’insediamento del presidente socialdemocratico Rodrigo Borja. Qualche tempo prima, Fidel aveva previsto la sua ascesa alle elezioni e aveva visto in lui un punto di riferimento per il rafforzamento delle relazioni tra i due paesi. Il terzo capitolo, si concentra sulla visita non ufficiale, ma sentimentale, di Castro in occasione dell’inaugurazione de La Capilla del Hombre, museo d’arte costruito su iniziativa del caro amico Oswaldo Gauyasamín. In questa circostanza, si registrò anche la visita a sorpresa di Hugo Chavez, presidente del Venezuela, che si incontrò così per la prima volta col leader maximo. L’ultimo capitolo, invece, è legato alla visita definitiva di Castro in Ecuador per l’insediamento di Lucio Gutierrez. In un primo momento, Gutierrez si disse vicino alle posizioni della sinistra latinoamericana, ma poco dopo cambiò la posizione e virò a destra. Dopo qualche anno, Fidel definì Gutierrez un ingannatore del popolo ecuadoriano. Nella ricca appendice, infine, figurano i numerosi riconoscimenti dati dalle istituzioni ecuadoriane al capo della rivoluzione cubana.

Uno scatto dello sciopero nazionale in Ecuador nel giugno 2022

Il prologo della tua opera è scritto da Gianni Minà…
Sì, il libro è impreziosito da alcuni contributi molto importanti. L’introduzione è stata curata dalla professoressa Alessandra Riccio. Tramite lei, con cui ho sempre avuto un ottimo rapporto, sono riuscito a entrare in contatto con Gianni Minà, che è un faro del giornalismo italiano nel mondo. A dire il vero, il suo contributo è stato inaspettato. Gli scrissi nel novembre 2020, anche se sapevo che non sarebbe stato facile ricevere un suo scritto. Temevo che non mi rispondesse. Poi, nel gennaio 2021, mi contattò inviandomi il suo contributo, che consisteva in un testo sulla figura di Fidel come paradigma del rivoluzionario. Questa cosa mi ha dato uno slancio enorme. Infine, attraverso compagni e amici italiani ed ecuadoregni, sono riuscito a entrare in contatto con il giornalista di Radio La Habana, Pedro Matrinez Pirez, accompagnatore ufficiale di Fidel in tutte le visite in Ecuador.
In cosa consistono i contributi raccolti nel tuo libro?
Minà descrive Castro come uno dei personaggi più importanti della storia contemporanea. Dà un senso alla sua persona, all’uomo d’azione, al pensatore di una prassi ideologica integralmente dedicata alla causa dei lavoratori, dei proletari, degli ultimi. Gianni ha narrato meglio di chiunque altro il contributo che ha dato Castro alle masse lavoratrici e all’autodeterminazione dei popoli. Il contributo di Alessandra Riccio, invece, oltre ad essere un sunto del testo, si incentra sulla costruzione delle relazioni bilaterali tra il popolo ecuadoregno con il popolo cubano e sulla loro hermandad. Pedro Martinez Pirez, infine, traccia un parallelismo fra due figure iconiche: Jose Martì, per Cuba, ed Eloy Alfaro, per l’Ecuador, legati da sentimenti di amicizia e solidarietà per un’idea di indipendenza.
In Ecuador si è tenuto un imponente sciopero generale. Qui in Italia se n’è parlato pochissimo. Ci puoi dare qualche elemento in più?
Ci sono stati 18 giorni di sciopero convocati dalla Conaie, la confederazione dei popoli indigeni in Ecuador. Si parla dell’organizzazione più grande del 7% della popolazione ecuadoregna, vale a dire un milione e mezzo di persone. La Conaie ha un peso rilevante nelle aree interne, nelle campagne, in acune aree della Sierra. Riesce sempre a mobilitare un gran numero di persone. In sintesi, questa struttura equivale un po’ ai nostri sindacati, con la differenza che, nel 2022, la Conaie ha ancora la capacità di mobilitare la gente che i nostri sindacati hanno perso da almeno 20 anni.
Quali sono state le ragioni della protesta?
Lo sciopero è nato come atto di ribellione al neoliberismo, le cui ricette vengono applicate in Ecuador da cinque anni anni, grazie ai governi Moreno e Lasso. Sono stati smantellati quei pochi diritti dei lavoratori esistenti e quel po’ di stato sociale che si era costruito con 10 anni di governo Correa. Inoltre, è aumentato lo sfruttamento delle risorse minerarie e delle risorse naturali nei territori indigeni (cosa però portata avanti anche dallo stesso Correa). In breve, sono state introdotte una serie di politiche che hanno aumentato diseguaglianze, povertà, disoccupazione.
Vi sono stati scontri violenti e ci sono stati anche morti tra i manifestanti…
In diciotto giorni di sciopero, si è registrata una risposta brutale delle forze dell’ordine, equipaggiate fino ai denti, che hanno violato i diritti umani. Certo, vi sono stati anche atti di vandalismo, compiuti da minoranze spoliticizzate e criminali, che sfruttano questi momenti pensando di fare ciò che vogliono. Tuttavia, l’elemento centrale è che i settori popolari che più hanno subito le politiche neoliberiste, hanno risposto massicciamente all’appello alla mobilitazione. I punti salienti su cui si è incentrata la protesta sono stati: lo stop alle privatizzazioni, l’aumento delle risorse per l’educazione e la salute, lo stop allo sfruttamento delle risorse minerarie, maggiori opportunità di lavoro soprattutto per i giovani. L’Ecuador non è nuovo a queste lotte. Nell’ottobre 2019, vi furono 13 giorni di sciopero con 7-8 morti. Oggi, si registra un numero appena inferiore.
Eppure, la nostra stampa ha trattato pochissimo il tema.
Fa male il silenzio della comunità internazionale di fronte alle ragioni di una protesta che ha paralizzato completamente un paese importante dell’America latina. Cè stata più attenzione in Inghilterra e Francia, da parte di quotidiani di destra o conservatori, che in Italia dalla Repubblica e dal Corriere della Sera.
Il Sud America si conferma un laboratorio per l’avanzata delle sinistre?
Bisognerebbe contestualizzare ragioni storiche, politiche, sociali, economiche. Ma, in definitiva, sì. Negli ultimi tempi, le vittorie di Boric in Cile e di Petro in Colombia raccontano della costruzione di una nuova unità popolare, nata dal basso, posata su questioni lavorative, ambientali, di genere, passando per temi come l’educazione, i diritti degli animali, la salute.
Cosa ti lega ancora a Pozzuoli?
Il primo legame è familiare. Ogni anno, ritorno a casa dei miei genitori e trascorro con loro le vacanze estive. Poi, mantengo un legame affettivo col territorio in cui sono cresciuto e in cui mantengo ancora rapporti di amicizia.  In futuro, mi piacerebbe ritornarci, magari per godermi la pensione, quando mio figlio sarà grande. Magari portò dare un contributo con la mia esperienza in America latina nel settore dell’associazionismo, della politica, dell’editoria, trasmettendo esperienza ai più giovani.

L’autore del libro [Photo credit: Davide Matrone, che si ringrazia per l’amichevole collaborazione]

Prima raccontavi che hai un passato militante. Che differenza trovi fra l’Europa e l’America latina?
Ci sarebbero molte distinzioni da fare, perché parliamo di continenti distanti e differenti sotto molti punti di vista. Però, vi sono degli elementi su cui riflettere molto. Guardando il mondo in cui ci troviamo, rammento un dibattito in cui a sinistra ci siamo cimentati. Ai tempi di Bertinotti, nel 2008, molti si opposero al suo tentativo di liquidare ciò che rimaneva del comunismo in Italia, dissolvendo quel po’ che rimaneva dell’idea di Partito in un movimento moltitudinario. All’epoca, fui fortemente contrario a quel processo.
La pensi ancora così?
Osservando quanto accade in America latina, forse bisognerebbe essere un po’ pragmatici e realisti coi tempi. In passato, mi piaceva l’idea di ritornare alla prima Rifondazione Comunista del 1991 o alla parte iniziale del mandato di Bertinotti come segretario di partito e leader della sinistra italiana. Però, quella storia ha avuto un esito diverso rispetto ai nostri auspici. Recentemente, a seguito delle vicende del Cile e della Colombia, ci siamo confrontati nella comunità dei militanti e attivisti italiani emigrati in Ecuador e nel Sud America. Guardando all’Italia, visti gli attacchi delle destre, l’idea di ricostruire un partito comunista risulta purtroppo residuale e non attecchisce. Così come in Sud America, parlare solo di lavoro non funziona. Ci si deve abbinare anche l’ambiente, l’educazione, le questioni di genere. La formula che sta funzionando in America latina è questa, senza discostarsi troppo dalle questioni di classe.
Quindi, per superare la crisi della sinistra bisognerebbe puntare all’unità di settori politici e sociali contro il neoliberismo?
La frammentazione delle sinistre non ha senso. In Italia, dovremmo rifondare tutto ciò che c’è a sinistra del Pd e archiviare la cosiddetta sinistra di D’Alema, Fratoianni, ecc. Tutti i segmenti dispersi dovrebbero unirsi. Bisognerebbe fare una grande assemblea popolare e rilanciare l’idea di una confederazione sociale e politica, che non incida solo sul piano elettorale. Qui, ad esempio, questa unione dal basso si crea per i referendum, le lotte per difendere l’acqua o la terra. Questa esperienza va portata ai sinistrati e ai sinistroidi nostrani: basta coi personalismi. Bisogna rimuovere cavilli e clausole, creando un ampio progetto in comune. Partendo dalla distribuzione delle risorse, dal difendere i diritti nel campo della salute, del lavoro, dell’ambiente.
Occorrerebbe, dunque, avere un approccio più pragmatico?
L’Europa, che è la culla delle teorie, ha dato molto alle scienze sociali in termini teorici ed epistemologici. Ma, nella pratica, questo portato viene meno. La sinistra da cattedra, i dirigenti della sinistra europea, delle socialdemocrazie o delle sinistre rivoluzionarie, fanno sempre i gradassi sulle teorie delle rivoluzioni poi, nel concreto non combinano nulla. La sinistra sudamericana, al contrario, nella pratica mette in campo ciò che in Italia si prova a dire con documenti e comunicati molto belli, che non legge nessuno. L’America latina produce lotta di classe, politiche di distribuzione delle risorse, difende i territori, contrasta le multinazionali, cerca di dire no alla Nato e all’impero. Presidenti come Chavez, Lula, Morales, Boric, Petro sono persone in carne e ossa che, con la lettura dei propri territori, stanno dando un contributo importante per sconfiggere le destre e fare politiche a favore dei contadini e dei lavoratori. Temo, invece, che in Europa si faccia molta accademia e zero pratica.
Quando presenterai il libro?
Dal 12 agosto a 6 settembre tornerò in Italia. Il libro è in pubblicazione. Abbiamo già delle date di presentazione: la prima, si terrà il 14 agosto a Savona, durante una festa dell’associazione Italia-Cuba. Il 30 agosto sarò a Pozzuoli, alla libreria Mondadori bookstore. Infine, il 2 settembre a Napoli, presso il Lazzarelle bistrot. Tutti questi eventi verranno realizzati grazie a compagni che appartengono a differenti organizzazioni. Speriamo che sia un buon inizio di lavoro, oltre che per il libro, per tutta la sinistra.
©Riproduzione riservata

Per saperne di più

Pubblicato su: https://www.ilmondodisuk.com/intervista-il-partenopeo-davide-matrone-cosi-racconto-in-un-libro-le-visite-di-fidel-in-ecuador-con-un-contributo-di-gianni-mina/

sábado, 2 de julio de 2022

Ecuador: dopo 18 giorni di sciopero si giunge a un accordo.

 

Ecuador: dopo 18 giorni di sciopero si giunge a un accordo

jueves, 23 de junio de 2022

Padre Giuliano (italiano) del sud di Quito ci racconta cosa succede in Ecuador. Ricevo e pubblico.

Ricevo e pubblico questo articolo sullo sciopero in Ecuador, scritto dal Padre Giuliano che lavora in una parrocchia del sud di Quito. 



Siamo entrati nel decimo giorno dello sciopero degli indigeni e qui, nel sud di Quito, viviamo in un silenzio irreale. Tacciono le scuole elementari e superiori, il traffico da ieri é quasi inesistente, tutto si concentra nel centro storico della citta' e sulle grandi vie di accesso alla capitale: cosa sta succedendo in Ecuador?

Dopo tre anni dall'ultimo "levantamiento", gli indigeni dell' Ecuador hanno dichiarato uno sciopero ad oltranza. Nei giorni scorsi hanno  manifestato nelle diverse citta' dell' Ecuador e ora vengono da tutte le parti nella capitale, quasi una specie di occupazione del territorio.

Il concetto di sciopero generale non coincide con il "levantamiento". A un anno dalla elezione del presidente LASSO, un banchiere che applica teorie neo-liberiste, i poveri si trovano piu' poveri di prima. Tutto e' aumentato, anche le riserve dello stato, depositate, mi pare, in banche svizzere, che invece di essere usate per comprare le medicine per gli ospedali, o per migliorare il pessimo stato delle vie di comunicazione, o per l' istruzione, dalle elementari all'universita', o dando prestiti a basso interesse ai contadini, o per calibrare il prezzo dei combustibili in un paese che vende petrolio, vengono depositate per aumentare il conto in banca dello stato cosa che, secondo le medesime teorie, aumenterebbe le garanzie per i "futuri" inversionisti stranieri.

Questo sta creando enormi difficolta' nelle famiglie povere gia' duramente provate dalla pandemia. Tra tutte le fascie della popolazione gli indigeni rappresentano sicuramente le categorie piu' impoverite dell'Ecuador.

Sono stati loro, per primi, in una indifferenza un po' generale, a muoversi come, del resto e' nella tradizione relativamente recente  della storia del popolo ecuatoriano. Hanno presentato 10 punti al governo sui quali non e' piu' necessario dialogare, ma decidere. Ai 10 punti chiaramente esposti dal leader indigeno il governo dapprima ha risposto con "propostine" INFANTILI, e da ieri con un lungo documento di 16 pagine. Ma per gli indigeni non e' questione di parlare o di scrivere, ma di concretizzare. E ora arrivano da tutte le parti, gridando i loro slogan, cantando, suonando con i loro strumenti tradizionali, danzando in gruppi per le strade e.... trovano schieramenti di truppe militari e poliziesche che hanno l'ordine di di dissolvere in qualunque modo questa valanga umana. 

Polizia e militari vestiti con tute antisommossa, armati con armi sofisticate, provocanti e obbedienti ai decreti che a nastro si sfornano dal palazzo presidenziale con una insipienza che sfiora la stoltezza.

Dopo 10 giorni di sciopero condotto dall'inizio con poche altre categorie, ora la protesta si sta allargando in tutto il paese. I media narrano le cose dal punto di vista dei poteri oggi dominanti, senza alcuna eccezione, ma Facebook offre una narrazione ben differente. Giornalisti vecchia manera, a servizio dei poteri, plantigradi in un mondo che sta rapidamente cambiando le forme di comunicazione. Ieri mi sono ascoltato per Facebook per 3 volte un discorso nobilissimo di uno studente di medicina di 22 anni chiamato a parlare in Parlamento. Mentre lo ascoltavo, quasi con lacrime agli occhi, mi dicevo:"se in Ecuador esiste una benche' minima minoranza di giovani di questo tipo c'e' un futuro per questo paese."

Da ieri le universita', non la Cattolica, (!) hanno aperto le porte per accogliere la massa di indigeni che stanno 'occupando' la capitale. La Cattolica resiste ad aprire le porte perche' al momento delle elezioni di questo presidente gran parte della gerarchia e del clero s'era schierato a suo favore.  Il vizietto di schierarsi dalla parte dei poteri e' rientrata trionfalmente nella chiesa. Il rettore e' un ottimo gesuita, ma anche lui deve obbedire a ordini superiori. Devo dire che attualmente la chiesa cattolica e' dominata  da persone piuttosto mediocri. 

A che si deve, mi chiedo, la mirabile resistenza degli indigeni che, gia' da ieri non sono piu' soli? Io credo che innanzitutto questo si deve alle loro insopportabili condizioni di vita. Tuttavia essi non sono piu' poveri della grande massa dei contadini dell'Ecuador. Ci deve essere qualche cos'altro el DNA del mondo indigeno che li porta a esprimersi in forme "spontaneamente" collettive. A me pare che si potrebbe esplorare nella loro cultura millenaria quel "collettivismo" innato dentro del quale nascono, vivono e muoiono.

L'indigeno non si sente mai solo, appartiene a un gruppo sociale che magari e' molto frazionato ma in presenza di problemi comuni o di aggressioni si compatta in forme vaste. Benedetti indigeni poveri e solidali, portatori di valori straordinari che tendono a sparire anche tra le loro giovani generazioni, assorbite da una cultura postmoderna che agisce come un tritacarne. Ma finche' riescono a conservare queste caratteristiche essi continueranno ad essere tra i primi e principali protagonisti del cambiamento, nonostante le volgarissime offese e accuse che una mentalta' coloniale continua a esprimersi anche per facebook.

Credo, pero', che ci sia un altro fattore che incide in questi 'levantamientos 'e che ha iniziato a emergere dagli  anni '60 del secolo scorso. Da allora, nonostante sofferenze e feroci persecuzioni, si e' risvegliato nella loro coscienza il sentimento represso da 5 secoli  di essere loro i veri propietari di queste terre. Non vengono a chiedere elemosine o favori, vengono a esigere quello che gli e' dovuto. Vengono a istallarsi in un territorio che e "di loro".

A fronte di queste sensibilita' e culture il banchiere e i suoi accoliti reagiscono nella forma piu' banale e piu' disgaziata: opponendo la forzá brutale di persone, figlie di questo popolo, equipaggiate per reprimere e arginare la valanga di una marea umana.

Mentre scrivo gli elicotteri sorvolano in maniera incessante la citta' in appoggio alle truppe di terra. A queste risponde in lontananza il suono delle trombette e le grida del popolo che nonostante tutto a piccoli passi continua ad avanzare  conquistando posizioni. Scenari di guerriglia urbana? Forse, si. Ma chi la conduce? Feriti, a decine , e morti (2) gia' ci sono. Ma non sono fra le cosiddette forze dell' ordine. E non e' un caso.